Il petrolio oscura cielo e mercati, cosa ci dice la storia

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«Le nubi di fumo che salgono dai pozzi di petrolio in fiamme del Kuwait possono chiudere l’orizzonte all’intera umanità».

Con queste parole Eduard Shevardnadze, storico ministro degli Esteri sovietico e protagonista della politica di distensione promossa da Mikhail Gorbaciov, si espresse nei giorni immediatamente successivi alla Guerra del Golfo del 1991, catturando in un’immagine la portata apocalittica di un conflitto che ridefinì gli equilibri politici nel Medio Oriente.

Ritirandosi dal Kuwait, le truppe irachene diedero fuoco a oltre 600 pozzi petroliferi. Gli incendi bruciarono ininterrottamente per quasi dieci mesi, consumando milioni di barili di petrolio al giorno e creando enormi colonne di fumo nero. L’impatto nella regione fu devastante. La luce del sole venne quasi completamente oscurata. La temperatura diurna scese di circa 10°C, e il cielo venne inghiottito dal buio.

 

 

E fu buio anche sui mercati finanziari

L’impatto del conflitto ebbe conseguenze immediate sull’andamento del prezzo del petrolio, che raddoppiò nel giro di poche settimane, passando da 17$ a 36$ al barile, e sulla volatilità dei listini azionari. L’indice della Borsa americana iniziò a scivolare verso il basso nei primi giorni dell’agosto del 1990, e toccò il suo punto minimo a ottobre dello stesso anno a -18% dai massimi precedenti. Una discesa progressiva, senza sosta, della durata di circa tre mesi, alimentata dai timori di una recessione globale causata dallo shock petrolifero. Un’improvvisa avversione al rischio gelò i parterre finanziari di mezzo mondo, interrompendo bruscamente il rally che, dal dicembre 1987, aveva tirato ininterrottamente verso l’alto i corsi della Borsa. A gravare ulteriormente sui listini contribuì, quasi contemporaneamente, anche la crisi delle casse di risparmio americane, le cosìddette Savings & Loans, che mise in evidenza tutta la fragilità del sistema finanziario statunitense e le tensioni già presenti nell’economia interna. Il 17 gennaio 1991 le truppe statunitensi entrarono militarmente in Iraq. La crisi esplose, travolgendo qualsiasi tentativo di ricomposizione diplomatica.

 

Quando arriva l’inversione di rotta

Proprio nel momento in cui il conflitto si allargò, oltrepassando i confini regionali e coinvolgendo la superpotenza americana, il mercato azionario invertì la propria rotta, tornando sorprendentemente a puntare verso l’alto. Il giorno dell’invasione le borse reagirono con un rialzo di quasi il +4%. Già ad aprile la performance superava il 30% rispetto ai minimi toccati solo pochi mesi prima. A pesare sui listini era stato il clima di incertezza, legato al timore di un conflitto prolungato e di un’escalation incontrollata. Nonostante la gravità degli eventi, una volta delineato il quadro geopolitico, i mercati recuperarono slancio con rinnovato vigore. Ma la cosa sorprendente fu il bull market che ne seguì e che durò fino agli inizi del 1994. Seguì poi una fase di consolidamento e una successiva accelerazione dalla fine dello stesso anno, che culminò soltanto nella bolla delle Dot.com all’alba degli anni duemila.

Oggi le Borse sono tornate a tremare. Gli Stati Uniti, assieme ad Israele, hanno attaccato l’Iran. Teheran ha risposto bloccando lo stretto di Hormuz, da cui transita il 20% dell’offerta mondiale di greggio. Il petrolio Wti ha superato i 100 dollari al barile e si è lasciato alle spalle i massimi già raggiunti nell’ottobre 2023, quando l’escalation del conflitto mediorientale — con l’avvio delle operazioni militari israeliane contro Gaza e la diffusione dei timori legati a ritorsioni iraniane — aveva fatto accelerare al rialzo i prezzi delle materie prime energetiche.

A essere penalizzato in queste ore è il mercato obbligazionario che sconta una possibile ripresa di pressioni inflazionistiche conseguenti alla guerra, con il bund decennale tedesco ormai prossimo al 3% di rendimento. Anche lo spread si è allargato, segnando l’avvio di una fase di maggiore avversione al rischio e ponendo fine alla momentum positivo dei governativi italiani e spagnoli delle ultime settimane. A salire è anche il rendimento del decennale francese, che ha oltrepassato i livelli raggiunti durante la crisi politica seguita all’annuncio di elezioni legislative anticipate dopo l’exploit del Rassemblement National al voto europeo del 2024, e i timori per i richiami della Commissione Ue sulla traiettoria del debito pubblico.

A soffrire, in particolar modo, è la parte più lunga della curva dei tassi per i timori legati alla pressione sui prezzi. In questo scenario, le Banche centrali difficilmente potranno accelerare sul fronte dei tagli al costo del denaro. Il rendimento del T-Note americano, che torna a salire sopra al 4%, sembra confermare la frenata della Federal Reserve in merito a un prossimo taglio dei tassi.

Inflazione più alta e tassi più alti in futuro spingono in basso anche il prezzo delle azioni. In questa fase gli utili aziendali vengono attualizzati a tassi di sconto più elevati, comprimendo le valutazioni. Europa e Giappone sono le piazze più colpite dalla pioggia di vendite, rispetto al calo, al momento decisamente più contenuto, segnato dagli Stati Uniti che hanno beneficiato, oltre che di una maggiore autosufficienza energetica, di flussi in acquisto sul dollaro, tornato a svolgere il ruolo di bene rifugio.

 

 

I segnali premonitori

Eppure la discesa non è arrivata all’improvviso: è stata preceduta da un’ampia rotazione di mercato, in atto già a partire dalla fine del 2025, dai titoli ad alta crescita, definiti growth, in particolare tecnologia e softwar, a quelli più ciclici e difensivi, ossia azioni con elevato cash flow, dividendi costanti, buoni fondamentali e multipli contenuti.

Resta da capire quanto a lungo durerà il conflitto e quale sarà la sua reale estensione. Sarà la durata della guerra — più ancora della sua intensità iniziale — a determinare la traiettoria dei mercati nei prossimi mesi. Se lo scontro dovesse protrarsi, alimentando nuove tensioni sull’energia e sull’inflazione, la volatilità potrebbe rimanere elevata.

La storia insegna, tuttavia, che i mercati tendono a scontare in anticipo gli scenari peggiori e a reagire con rapidità quando l’incertezza si riduce. Come accadde durante la Guerra del Golfo del 1991, anche questa volta molto dipenderà dal momento in cui il quadro geopolitico tornerà a delinearsi con maggiore chiarezza. Una volta ristabilito un equilibrio e chiariti i contorni dello scontro, non è improbabile che le azioni possano ritrovare slancio, trasformando la paura di oggi nel punto di partenza del ciclo rialzista di domani.

La storia recente dimostra infatti che le discese possono essere profonde, ma le risalite — quando la visibilità migliora — tendono a essere altrettanto travolgenti. In passato — dall’offensiva in Kosovo (1998), all’intervento in Afghanistan (2001) e Iraq (2003) fino agli scontri in Libia e Siria (2011) e alla guerra russo-ucraina (2022) — i mercati azionari si sono mossi al rialzo entro pochi mesi dallo shock iniziale, nonostante i conflitti fossero ancora in pieno svolgimento.

Per l’investitore, la chiave è la disciplina: seguire l’evoluzione del mercato e, in presenza di una correzione tecnica intorno al -10%, valutare ingressi progressivi secondo un approccio rule-based. Acquisiti graduali possono essere presi in considerazione anche nel caso in cui il mercato scenda fino a toccare la propria media mobile a 200 periodi. Se si prendono in esame le serie storiche passate i ritorni dopo un anno, ricorrendo a questa strategia, sono nella stragrande maggioranza dei casi positivi, ad eccezione dei periodi in cui la contrazione delle Borse ha anticipato l’avvio di una recessione economica strutturale, come nel caso della guerra del Kippur del 1973. La disciplina costruisce i risultati. Una regola da ricordare e da mettere in pratica con metodo, appunto. Buon investimento.

 

 

 

Immagine di Lorenzo Tacconi

Lorenzo Tacconi

Laureato in Storia Contemporanea presso l'Università degli Studi di Firenze, ha successivamente conseguito un Master in Risorse Umane presso l’ateneo di Padova. Dal 2016 lavora in Banca Popolare Etica presso l’ufficio Patrimoni Responsabili dove si occupa di accompagnare clienti privati e istituzionali nella gestione della liquidità e nell'individuazione di soluzioni di investimento.

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