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Inflazione: cos’è, come funziona e le varie tipologie

Inflazione: cos'è, come funziona e le varie tipologie

Il 2022 si chiude con uno degli argomenti più dibattuti durante l’anno e che ha caratterizzato la politica monetaria della Banche centrali di tutto il mondo: l’inflazione. Per oltre un decennio, l’aumento dei prezzi al consumo non ha rappresentato un problema per i Paesi più sviluppati, a causa della scarsa crescita dovuta alla grande crisi del 2008. Addirittura in Giappone si è combattuto con la deflazione, per cui si sono adottate delle misure estreme per cercare di rilanciare i prezzi.

Quest’anno il mondo è stato colpito da uno shock inflazionistico di intensità almeno pari a quelli che avevano contraddistinto gli anni ’70. La ragione è stata determinata da una crisi dell’offerta, dovuta alle problematiche degli approvvigionamenti post-Covid, aggravate dallo scoppio della guerra Russia-Ucraina. Ma in realtà cos’è l’inflazione? E quante tipologie si possono riscontrare? Inoltre, come è possibile combatterla? Ecco una guida che illustra tutte le varie caratteristiche e le contromisure da adottare quando si presenta.

 

Inflazione: definizione e caratteristiche

L’inflazione non è altro che l’aumento del livello generale dei prezzi di beni e servizi in un Paese. Viene denominato anche carovita o costo della vita, perché indica quanto il tenore di vita tenuto da ogni cittadino diventa più caro o costoso. L’inflazione è determinata dall’istituto di statistica di ogni Stato. Ad esempio in Italia vi è l’ISTAT, nell’Unione Europea l’EUROSTAT, mentre negli Stati Uniti il Bureau of Labour Statistics.

Per misurare l’indice inflazionistico si prende a riferimento un determinato paniere di prodotti e servizi, seguendone l’andamento in un certo arco di tempo come media ponderata del prezzo. Tale paniere viene modificato ogni anno in modo da considerare i comportamenti d’acquisto delle famiglie, tenendo conto dei cambiamenti attuati effettivamente dai cittadini. Un aumento dell’inflazione significa che le persone spendono di più per acquistare beni e servizi, quindi diminuisce il loro potere d’acquisto. In alcuni Paesi come l’Italia esistono tre principali indici con cui viene misurata l’inflazione:

 

  • l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), che determina il tasso di inflazione a livello nazionale;
  • l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA), che misura l’inflazione in comparazione con quella degli altri Paesi membri dell’UE;
  • l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), che si riferisce ai consumi di una famiglia la cui persona di riferimento è un lavoratore dipendente.

Inflazione: 3 tipologie

La vita di un Paese può andare incontro a varie tipologie di inflazione, che si distinguono a seconda dell’intensità del fenomeno. Esse riguardano:

 

  • inflazione strisciante, ovvero quando il tasso di crescita dei prezzi al consumo è inferiore al 10%;
  • inflazione galoppante, ossia allorché il tasso di crescita dei prezzi al consumo è compreso tra il 10% e il 20%;
  • iperinflazione, cioè quando si verifica un incremento dei prezzi al consumo maggiore del 20%.

 

Fino a quando l’inflazione si mantiene a una cifra può preoccupare un Paese ma risulta essere controllabile attraverso una politica monetaria restrittiva da parte delle Banche centrali. La situazione cambia nel momento in cui l’inflazione diventa galoppante, perché a quel punto l’incidenza sulle famiglie a basso reddito risulta essere molto forte. L’iperinflazione invece è un fenomeno estremamente allarmante, perché solitamente conduce a una grave depressione economica.

Ad ogni modo, le maggiori Banche centrali del mondo considerano un livello di inflazione del 2% come quello ottimale per un Paese, in quanto indica una situazione in cui l’economia cresce in maniera sana e ordinata. A mano a mano che vi è un allontanamento da quella soglia si configura una situazione di pericolo, dove spesso l’economia si surriscalda a causa dell’alto indebitamento che spesso dà adito allo scoppio di una bolla.

 

Inflazione: cause e conseguenze

Ma quali sono le ragioni che possono portare inflazione in un Paese? E quali conseguenze possono scaturire dai fenomeni inflazionistici? Le cause possono riguardare un incremento della domanda globale di beni e servizi in maniera più rapida rispetto all’offerta o un deficit di offerta dovuto a varie ragioni.

Il primo caso spesso si verifica quando in un Paese aumentano gli stimoli monetari della Banca centrale oppure quelli fiscali di un Governo. In altri termini, un istituto monetario può far aumentare la liquidità in circolazione attraverso le leve di politica monetaria, come la riduzione dei tassi d’interesse, l’aumento dell’acquisto dei titoli pubblici e privati sul mercato (operazioni di mercato aperto) e la riduzione della riserva obbligatoria per le banche da detenere presso la Banca centrale. Il Governo può ridurre le tasse per stimolare i consumi. L’effetto che si produce in entrambe le situazioni è un incremento della domanda per i beni e i servizi sul mercato, il che determina un incremento dei prezzi.

Il secondo caso si ha quando ad esempio le materie prime scarseggiano e i produttori aumentano i prezzi. Questo si riflette nella catena di approvvigionamento facendo salire i costi della filiera produttiva e finendo per incrementare i prezzi ai consumatori finali. È un po’ quello che ha determinato l’inflazione generalizzata in questo 2022.

Le conseguenze dell’inflazione sono tanto più pesanti quanto più grave è l’entità del fenomeno, come abbiamo visto. In linea di massima, il carovita produce una riduzione del potere di acquisto delle persone. La situazione diventa particolarmente complicata quando un’economia è altamente indebitata, in quanto il credito rischia a quel punto di non essere rimborsato, facendo correre il rischio di una crisi a livello finanziario che coinvolge il sistema bancario.

L’inflazione colpisce anche i risparmi, in quanto i rendimenti reali degli investimenti risultano essere inferiori una volta che il valore nominale è depurato dalla crescita dei prezzi. Inoltre, vi sono effetti deleteri anche sulla bilancia commerciale di un Paese, poiché prezzi più alti significano prodotti meno competitivi rispetto a quelli esteri; di conseguenza, vi è contrazione delle esportazioni e quindi un peggioramento del saldo commerciale con l’estero.

Cosa fanno le Banche centrali?

Di fronte a fenomeni inflazionistici, le Banche centrali entrano in campo attuando politiche monetarie restrittive, la cui intensità è legata all’entità del costo della vita. Una delle operazioni è quella di aumentare i tassi d’interesse. In questo modo, le banche dovranno sostenere maggiori oneri finanziari per ricevere finanziamenti dalla Banca centrale e quindi aumentano il tasso d’interesse sui prestiti concessi alle imprese e alle famiglie. Giocoforza, queste ultime accedono di meno al finanziamento e quindi investono e spendono di meno, con l’effetto di ridurre la domanda di beni e servizi, raffreddando l’economia e provocando una discesa dei prezzi.

Un’altra operazione che produce lo stesso effetto di restringere la moneta in circolo è quella di diminuire gli acquisti di obbligazioni pubbliche e private sul mercato. Infine, gli istituti centrali possono alzare il coefficiente di riserva obbligatoria che le banche devono detenere presso di essi, con la conseguenza che le aziende di credito avranno meno liquidità a disposizione per prestare denaro.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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