Inflazione e Banche centrali: gli effetti della guerra in Medio Oriente

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Gli effetti della guerra in Medio Oriente filtrano nell’inflazione principalmente, ma non solo, attraverso la variabile energetica. Il punto sulla situazione nella settimana delle Banche centrali fatto dagli esperti di Vontobel nella newsletter settimanale Weekly Note (Clicca QUI per iscriverti). 

 

Le ultime due settimane hanno visto una vertiginosa e rapida crescita delle quotazioni dei combustibili fossili. Un incremento che si è subito riversato a valle sui consumatori e ha intimorito gli investitori. Il set up con cui ci si era approcciati al 2026 è infatti stato completamente stravolto, con le politiche monetarie attese accomodanti, in particolar modo in America, che ora sono messe in discussione.

Questa settimana sarà molto importante in tal senso e permetterà di vedere la rotta delineata da Fed, Bce, BoE, Bns e BoJ. I mercati hanno iniziato a prezzare uno scenario meno accomodante e lo hanno fatto partendo in primis dal mercato obbligazionario per poi proseguire, come sempre accade in una visione intermarket, verso le altre asset class, azioni in particolar modo.

Prospettive di una stretta del costo del denaro per attenuare i picchi inflattivi hanno favorito le vendite sui titoli di Stato. Questo ha portato a un premio al rischio più elevato e soprattutto a ricalibrare le prospettive aziendali: le vendite hanno interessato tanto i titoli tecnologici più esposti alla leva dei tassi quanto il mondo corporate più legato ai consumi discrezionali o a quello produttivo. E se il comparto dell’AI già prima del conflitto stava vivendo una fase di re-pricing del rischio, ora sono tutti i settori a essere attenzionati, con il focus rivolto in primis alla marginalità.

La capacità di assorbire l’aumento dei costi energetici diventerà determinante, ma rischia di non essere il solo fattore da monitorare. Come evidenziato anche dal Fmi, il prolungarsi della guerra Usa-Iran potrebbe impattare sulla crescita globale. Secondo alcune importanti banche d’affari, il rischio è addirittura di assistere a una spirale recessiva, con la stagflazione come nemico supremo sullo sfondo. Timori prezzati dagli operatori: dal 27/02, la capitalizzazione dei listini azionari globali ha perso oltre 8.000 miliardi di dollari. L’inflazione non piace e costa cara.

Immagine di Redazione

Redazione

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