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Inflazione USA: ecco perché potrebbe essere necessaria una recessione

Inflazione USA: ecco perché potrebbe essere necessaria una recessione

L’inflazione USA ancora morde sull’economia. Gli ultimi dati relativi al mese di settembre hanno mostrato un IPC in crescita del 3,7%, deludendo le attese del mercato che si aspettava un aumento del 3,6%. Quanto è bastato per mandare in rosso i principali indici a Wall Street, alimentando le aspettative che la Federal Reserve non concederà sconti nella sua politica restrittiva che porta avanti da oltre un anno e mezzo.

In teoria, il passo per l’obiettivo di un’inflazione al 2% non è enorme, ma ci sono due componenti dell’indice dei prezzi al consumo che si stanno rivelando particolarmente ostiche e che mantengono ancora alto il carovita. Una riguarda il costo dei servizi cresciuto del 5,7% e l’altra si riferisce alle spese per la casa in aumento del 7,2%. In particolare, sulla casa pesa molto la parte relativa agli affitti, che in qualche modo sono legati al discorso sugli alti tassi d’interesse.

Altre variabili come l’energia, il cibo e le auto risultano per paradosso meno insidiose, seppur volatili. Questo perché tendono a essere cicliche e riflettono l’andamento dell’economia. Invece, le spese per gli affitti e l’assistenza medica, ad esempio, potrebbero richiedere un cambiamento forte dal punto di vista economico, almeno nella situazione attuale.

 

Inflazione USA: recessione inevitabile?

In sostanza, affinché l’inflazione USA scenda in tutte le sue componenti e non rappresenti più un’insidia per gli Stati Uniti occorre che l’economia si raffreddi. “Le forze che stanno guidando la disinflazione alla fine lasciano il posto alla più ampia forza macro, in aumento, che è una crescita superiore al trend e una bassa disoccupazione. Alla fine questo prevarrà fino a quando non arriverà una recessione”, ha affermato Steven Blitz, capo economista degli Stati Uniti presso GlobalData TS Lombard. A suo avviso, non ci sono altre soluzioni affinché l’inflazione scenda al target del 2% dichiarato dalla Fed.

Stephen Juneau, economista statunitense presso Bank of America ritiene che occorra “aspettare ulteriori dati per vedere se c’è qualcosa di più fondamentale che guida l’aumento maggiore degli affitti nelle città più grandi che compensa quello più morbido nelle città più piccole”. L’esperto ricorda che sull’inflazione degli affitti non ci sono “buoni modelli storici su cui appoggiarsi”.

Il mercato immobiliare è legato a doppio filo alla politica monetaria della Fed. Secondo Lisa Sturtevant, capo economista di Bright MLS, una società di servizi immobiliari con sede nel Maryland, “l’inflazione bloccata al 3,7%, insieme al forte rapporto sull’occupazione di settembre, potrebbe essere sufficiente a spingere la Fed a fare un altro rialzo dei tassi quest’anno”. Il settore immobiliare “è il fattore chiave degli elevati numeri dell’inflazione”, ha aggiunto.

Tuttavia, c’è il rischio che con i tassi elevati, verrà limitata l’offerta perché i costruttori saranno scoraggiati a costruire nuove case. “Questi fattori porteranno solo a prezzi di affitto più elevati e a un peggioramento delle condizioni di accessibilità a lungo termine”, ha affermato Christopher Bruen, direttore senior della ricerca presso il National Multifamily Housing Council. “L’aumento dei tassi minaccia la forza del mercato del lavoro e dell’economia in generale, che non ha ancora completamente digerito i rialzi dei tassi già attuati”, ha detto.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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