SpaceX in Borsa: la più grande Ipo della storia vale 93 volte il fatturato

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Oggi i mercati scrivono una pagina che difficilmente dimenticheranno. SpaceX, la società aerospaziale privata fondata da Elon Musk nel 2002, fa il suo ingresso ufficiale in Borsa con una valutazione stimata intorno a 1.500 miliardi di dollari e un prezzo di collocamento indicato attorno ai 135 dollari per azione. Se le cifre verranno confermate, si tratterà della più grande Ipo della storia dei mercati finanziari, superando quella di Aramco del 2019 e riscrivendo i parametri con cui gli investitori sono abituati a leggere un debutto azionario. Le negoziazioni per gli investitori istituzionali si apriranno nel pomeriggio, attorno alle 15, mentre il mercato retail potrà accedere ai titoli tra le 17 e le 19. Una finestra temporale stretta, per un’operazione che ha tenuto il mondo della finanza con il fiato sospeso per mesi.

 

In questo articolo:

 

  • Ipo SpaceX, il numero che stona
  • I dati operativi
  • Ipo SpaceX, il quadro per gli investitori

 

Ipo SpaceX, il numero che stona

A dare la misura dell’evento è il numero più scomodo che circola tra gli analisti: il rapporto prezzo-fatturato, il cosiddetto price-to-sales, che sulla base della valutazione attesa si attesta a 93. È David Pascucci, market analyst di XTB, a mettere quel numero in prospettiva con la chiarezza di chi conosce bene il mestiere di spiegare i mercati: “SpaceX si quota con un rapporto prezzo-utili che è nullo, perché non hanno utili. Quindi l’unico parametro che possiamo andare a vedere è il rapporto prezzo-fatturato, il price-to-sales, che in base alle stime che vedono la quotazione da 135 dollari, con una capitalizzazione tra 1.700 e 1.800 miliardi, arriva a 93 e anche oltre”.

“Il numero preso da sé non dice nulla”, aggiunge Pascucci, ma “se andiamo a paragonarlo con Tesla – che è già 16, e anche quello è alto – e poi con la media dell’S&P 500, che è 3,4, praticamente SpaceX si quota con un rapporto prezzo-fatturato che è stratosferico, completamente fuori scala. C’è il rischio quindi che all’Ipo SpaceX risulti sovraprezzata”. Il punto sollevato da Pascucci è tanto più rilevante se si considera che SpaceX ha chiuso il 2025 con una perdita netta di circa 4,9 miliardi di dollari, frutto degli ingenti investimenti in intelligenza artificiale e infrastrutture di nuova generazione.

In assenza di utili, il price-to-earnings semplicemente non esiste, e il price-to-sales diventa l’unico metro di misura disponibile per chi voglia tentare un ancoraggio ai fondamentali. Un multiplo di 93 su un settore che, per le sue componenti più mature, raramente supera la doppia cifra, pone una domanda che nessun modello di valutazione tradizionale riesce a rispondere in modo soddisfacente: quanto di quella cifra riflette il valore di ciò che SpaceX è oggi, e quanto quello di ciò che potrebbe diventare?

 

I dati operativi

A rispondere, almeno in parte, sono i dati operativi. Nel 2025 SpaceX ha generato circa 18,7 miliardi di dollari di ricavi, con Starlink, la rete internet satellitare globale, che ha contribuito per oltre il 60% del totale e ha prodotto un utile operativo di oltre 4 miliardi di dollari. È Ben Ritchie, Head of Developed Market Equities di Aberdeen Investments, a sottolineare la differenza strutturale rispetto alle tipiche ipo di alto profilo: il modello integrato verticalmente della società, progettazione di razzi, lancio di satelliti e monetizzazione della connettività, offre una rara combinazione di capacità industriale e ricavi ricorrenti.  Un punto di forza reale, che tuttavia non scioglie il nodo della valutazione: a 1.750 miliardi, per giustificare i multipli impliciti SpaceX dovrebbe portare i propri ricavi a centinaia di miliardi di dollari l’anno, un percorso che richiederebbe la piena realizzazione di iniziative ancora nella fase iniziale, dall’integrazione con xAI ai data center spaziali.

Sul fronte degli effetti di mercato immediati, Valeria Mendiola, Equity Product Specialist di TCW, mette in guardia su alcune dinamiche che potrebbero creare turbolenze già nelle prossime settimane. Data la portata dell’operazione, che dovrebbe raccogliere circa 75 miliardi di dollari, l’Ipo di SpaceX introdurrà una quantità significativa di nuova offerta azionaria sul mercato, con il rischio concreto che gli investitori finanzino la partecipazione riducendo posizioni esistenti, generando volatilità soprattutto sui titoli growth.

Sul tema dell’inclusione negli indici pesa ancora una forte incertezza: se SpaceX dovesse entrare rapidamente in benchmark come il Nasdaq e il Russell si innescherebbero flussi di riallocazione forzata con potenziali dislocazioni a breve termine, mentre l’ingresso nell’S&P500, che richiede tra i requisiti la redditività, potrebbe richiedere anni. Per Mendiola, però, la lettura di lungo periodo rimane costruttiva: l’ipo di SpaceX è di supporto ai temi strutturali della domanda di energia, delle infrastrutture e dell’intelligenza artificiale, e potrebbe fungere da importante punto di riferimento per accelerare il percorso verso la quotazione di altre società private ad alta crescita.

 

Ipo SpaceX, il quadro per gli investitori

Dal fronte degli investitori di lungo periodo, la lettura è ancora più convinta. Grant Bowers e James Cross di Franklin Templeton, che seguono SpaceX da oltre un decennio e hanno investito nella società nel 2022, descrivono un’azienda che si colloca ormai all’intersezione tra infrastrutture di comunicazione, tecnologie per la difesa, intelligenza artificiale, trasporti e connettività dei dati. La tesi di Franklin si fonda sull’idea che il reale vantaggio competitivo della società non sia semplicemente tecnologico, ma sistemico: la combinazione di scala produttiva, frequenza di lancio e posizione di first mover nelle comunicazioni satellitari crea barriere all’ingresso difficilmente replicabili, e il mercato potrebbe continuare a sottostimare il numero di settori che SpaceX è destinata a influenzare nei prossimi anni.

A complicare ulteriormente il quadro per gli investitori è la struttura di governance con cui SpaceX arriva sui mercati pubblici. La società si quota con una struttura azionaria dual-class che attribuisce a Elon Musk tra l’80% e l’85% dei diritti di voto, a fronte di una quota di capitale di gran lunga inferiore. In termini pratici, questo significa che gli azionisti avranno un’influenza marginale sulle decisioni strategiche e sull’eventuale avvicendamento del management. Ritchie lo dice senza giri di parole: “Nominare un nuovo ceo richiederebbe, in effetti, che Musk licenziasse se stesso”. A questo si aggiunge il fatto che Musk è già alla guida di Tesla, valorizzata attorno ai 2.000 miliardi di dollari, configurando uno scenario in cui due delle aziende più capitalizzate al mondo fanno capo alla stessa persona.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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