C’è un’Italia che continua a competere ai massimi livelli industriali globali, ma che fatica a tradurre questa forza in una visione strategica di lungo periodo. Tra eccellenze riconosciute e fragilità strutturali, il sistema produttivo nazionale si
muove in equilibrio tra opportunità e ritardi accumulati nel tempo. In un contesto internazionale sempre più competitivo, segnato da tensioni geopolitiche, transizione energetica e trasformazioni tecnologiche, il ruolo dell’industria italiana e del Made in Italy torna centrale nel dibattito economico. Non solo per il peso dell’export o per la qualità del manifatturiero, ma per la capacità di adattarsi a uno scenario in continuo mutamento.
Eppure, accanto ai punti di forza evidenti, emergono nodi irrisolti che frenano il pieno dispiegarsi del potenziale. Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, offre una lettura lucida delle sfide e delle leve su cui costruire la competitività futura della nazione in questa intervista sullo Speciale Borsa&Finanza presentato al Salone del Risparmio 2026.
Dott. Pasini, in uno scenario economico globale in rapido cambiamento, quale ruolo può
giocare oggi l’Italia nel panorama industriale internazionale?
“L’Italia è l’ottava economia e il quarto esportatore mondiale. Settori come moda, design, arredamento, alimentare e meccanica di precisione rappresentano un brand globalmente riconosciuto e difficilmente replicabile. Le imprese manifatturiere italiane, poi, sono tra le più solide d’Europa con la quota di capitale proprio sul totale del passivo del 48,9%. Oggi, nonostante tutto, la manifattura italiana ha livelli di patrimonializzazione superiori a quelli della Spagna e della Francia, seconda solo alla Germania tra le nprincipali economie europee. Non siamo un paese marginale, anzi, siamo in una posizione strategica sotto diversi punti di vista: geografico, logistico. Ma da decenni ci muoviamo senza visione e senza una vera politica industriale, quello che serve per recuperare centralità e autonomia strategica”.
Spesso si parla delle criticità del sistema paese, ma meno delle sue risorse: quali sono, secondo lei, le “ricchezze invisibili” su cui l’Italia può fare leva?
“Le ricchezze invisibili italiane, quelle in grado di fare la differenza rispetto ai competitors stranieri, sono rappresentate – come emerso anche dal recente Rapporto ‘Le nove sfide del Made in Italy’ di Fondazione Edison –, dall’eccellenza dei nostri prodotti, dall’agilità data da un sistema produttivo composto in larga parte da piccole e medie imprese, dalla diversificazione di prodotto e dalla diversificazione geografica. Quella dei limiti dimensionali delle imprese italiane, infatti, è una caratteristica che in periodi di crisi permanente garantisce flessibilità utile a garantire innovazione continua e adattarsi alle fasi di incertezza estrema come quella attuale”.
Quanto pesa oggi la capacità industriale italiana in termini di competitività e innovazione, anche rispetto ad altri grandi paesi europei?
“La nostra capacità industriale, italiana e lombarda, è ancora un valore aggiunto rispetto agli altri paesi europei. Elevata apertura ai mercati internazionali e composizione dell’export diversificata sono uno dei nostri punti di forza: nel 2023 le esportazioni hanno raggiunto il 48,2% della produzione manifatturiera e generato un surplus commerciale di circa 120 miliardi di euro. In termini di investimento, secondo il Centro Studi Confindustria, la propensione all’investimento è ancora superiore a quella delle principali economie europee: tra il 2015 e il 2024, gli investimenti in capitale fisso si sono attestati intorno al 25% del valore aggiunto manifatturiero, un livello superiore a quello francese (22%) e tedesco (20%). Abbiamo senza dubbio un problema di produttività: la produttività del lavoro per ora lavorata ha registrato una crescita cumulata (+26%) di un terzo circa rispetto a quella di Francia e Germania, meno della metà rispetto a quella della Spagna”.
Il Made in Italy, l’artigianato, la tradizione sono ancora asset distintivi: in che modo possono evolversi per restare competitivi nei mercati globali?
“La ricetta è conciliare tradizione e innovazione senza perdere la propria identità. La forza identitaria del Made in Italy fortunatamente è ancora oggi un tratto distintivo che garantisce un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza ma, per fare una triste metafora calcistica, senza innovazione e identità è un attimo che si passa dal vincere i Mondiali a tre mancate qualificazioni consecutive alla Coppa del Mondo”.
Guardando ai prossimi anni, quali leve andrebbero rafforzate per valorizzare pienamente questi asset e rendere il Made in Italy ancora più competitivo?
“L’Italia, nell’ambito della cornice europea, deve recuperare il proprio ruolo di hub energetico: nello scenario globale odierno il grado di indipendenza energetica di una nazione è strettamente correlato alla sua capacità competitiva. In parallelo si deve agire sul contesto. In particolare servono scelte decise che riportino l’industria al centro della società, attraverso il contrasto alla burocrazia e a un sentimento meno da anti impresa. Da ultimo, il processo legislativo-decisionale sia nazionale che europeo dovrebbe adeguarsi a un mondo che viaggia molto più rapidamente che in passato”.



giocare oggi l’Italia nel panorama industriale internazionale? 





