L’eresia di Sant’Agata: così Lamborghini è rimasta fedele a se stessa

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Mentre il resto del mondo automotive trema sotto i colpi di una transizione elettrica che somiglia sempre più a un vicolo cieco e i colossi di massa arrancano tra fabbriche chiuse e bilanci in rosso, a Sant’Agata Bolognese si respira un’aria decisamente diversa. Un’aria di giustificata positività. In un’epoca di conformismo ideologico, Automobili Lamborghini ha scelto la strada dell’eresia: quella di restare fedele a se stessa mentre tutto il resto cambia.

Non è arroganza, è il cinismo lucido della finanza applicata al mito. Paolo Poma, l’uomo che siede sulla plancia di comando finanziaria del Toro, osserva le tempeste geopolitiche ed economiche – dalle sanzioni alla Russia, alle crisi immobiliari cinesi, fino alla guerra in Medio Oriente – con la freddezza di chi sa che la propria traiettoria è, per definizione, divergente. Lamborghini non è più “solo” una casa automobilistica, è una fortezza della redditività che ha saputo trasformare un oggetto meccanico complesso in un asset del lusso assoluto, capace di scalare le vette dei mercati mondiali con la stessa ferocia con cui le sue vetture divorano l’asfalto.

 

In questo articolo:

 

  • Lamborghini, la metamorfosi vincente
  • Un Toro dal cuore italiano
  • Lamborghini e la marcia indietro dell’elettrico

 

Lamborghini, la metamorfosi vincente

La metamorfosi è scritta nei numeri, e i numeri di Poma non lasciano spazio a interpretazioni romantiche. Negli ultimi dieci anni, l’azienda non è semplicemente cresciuta, è stata letteralmente rifondata. Partendo dalla “rivoluzione Urus”, il brand è stato riposizionato nel panel dei marchi più profittevoli al mondo, andando a sfidare non i produttori di auto, ma le grandi maison del fashion d’alta gamma. I passaggi sono stati fulminei: 

dal primo miliardo di fatturato del 2015 ai due, poi ai tre, fino ai 3,20 registrati nel 2025.

In un decennio in cui il mondo ha conosciuto la pandemia, conflitti e guerre commerciali, il profitto di Lamborghini è aumentato di quindici volte. Un miracolo finanziario che poggia su una regola
d’oro del lusso: la marginalità. Con un mark del 50% di margine di prodotto, Lamborghini siede oggi al quarto posto nel ranking mondiale del lusso, subito dietro a Hermès e a un passo da Moncler e Ferrari. Questa scalata non è figlia del caso, ma di una gestione spietata del ciclo vita dei prodotti e di una comprensione profonda della nuova geografia della ricchezza.

Nonostante le crisi, spiega il direttore finanziario della società, “la ricchezza ha continuato a concentrarsi, magari cambiando connotazione geografica ma alimentando una customer base sempre più giovane: oggi il 40% dei clienti Lamborghini ha meno di 40 anni”. È a loro che si rivolge quella che Poma definisce una strategia chiara di successo: non essere “full liner”, non voler fare tutto per tutti, ma eseguire con precisione millimetrica una gamma prodotto che sfrutta al meglio l’investimento iniziale lungo nove anni di vita del modello attraverso i prodotti derivati.

Un Toro dal cuore italiano

Sotto questa corazza finanziaria, batte un cuore che Poma rivendica come orgogliosamente italiano, rigettando con forza l’etichetta di brand “tedesco” che spesso viene affibbiata alla casa bolognese dopo l’integrazione nel gruppo Volkswagen. “Siamo italiani e siamo orgogliosi di esserlo: l’italianità è l’elemento principale e distintivo”, afferma Poma. Lamborghini è oggi uno dei testimoni più esemplari del lifestyle italiano nel mondo, un’azienda che ha saputo trasformare l’unione con i tedeschi in quello che Poma definisce “il matrimonio perfetto”.

Se l’azionista Volkswagen offre la solidità di piattaforme e componenti “on the shelf” (già pronti all’uso e disponibili “sullo scaffale”) per razionalizzare i costi, nello scheletro di ogni Lamborghini una delle principali ragioni d’acquisto è il Made in Italy: un design unico e una competenza sui materiali compositi che non ha eguali nemmeno all’interno del colosso di Wolfsburg. È la combinazione tra la visione di solidità teutonica e la creatività ingegneristica italiana a rendere il Toro un’isola felice dell’automotive.

L’impatto di questa strategia sul territorio nazionale è imponente. Sant’Agata Bolognese, sede storica italiana di Lamborghini, è un polo che vanta al suo interno oltre 3.000 dipendenti (il
paese conta poco più di 7.000 abitanti in totale). In dieci anni, la crescita occupazionale è stata vertiginosa: oggi Lamborghini dà lavoro a quasi il triplo delle persone rispetto a una decade fa, diventando l’azienda di riferimento nel contesto bolognese e modenese. La responsabilità di Lamborghini si estende a una supply chain dal forte carattere italiano, costruita non su semplici rapporti di fornitura, ma su vere e proprie partnership.

“Sviluppiamo insieme ai nostri fornitori un pezzo unico come sono le nostre auto; loro sono parte dei nostri prodotti e si sentono parte dei nostri prodotti” sottolinea Poma. È un ecosistema che protegge l’Italia dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento globali grazie a una filiera “baricentrata” sull’asse italo-tedesco. Non è quindi un caso se anche dal punto di vista prettamente strategico e di business l’Italia per Lamborghini è tra i cinque principali mercati mondiali per vetture consegnate, con una quota intorno al 6 per cento.

 

Lamborghini e la marcia indietro dell’elettrico

È sul futuro della mobilità che Poma lancia il messaggio più duro, una vera e propria marcia indietro rispetto ai diktat elettrificati degli ultimi anni. Il manager non usa giri di parole: assistiamo a un “grossissimo rallentamento nella migrazione verso l’elettrico”. La ragione è semplice: manca la domanda. Lamborghini, che ha sempre agito con cautela, ha deciso di non correre troppo avanti. Mentre altri brand dichiaravano date di addio totali ai motori termici, il Toro ha scelto la via dell’ibridazione complessiva della gamma, un compromesso che il mercato ha accettato con entusiasmo, perché permette di combinare performance estreme e sostenibilità.

L’introduzione di un’auto totalmente elettrica è stata posticipata perché, molto semplicemente, la customer base non la chiede. “Le aziende devono sopravvivere: se un prodotto non si vende, si torna a investire su qualcosa che si vende” spiega Poma, delineando un ritorno agli investimenti sulle tecnologie tradizionali del motore a combustione. È il realismo di chi sa che l’asset allocation del capitale non può seguire solo trend futuristici se questi non generano profitto. In assenza di un ban regolatorio totale, che oggi non esiste né negli Stati Uniti né in un’Europa che si apre ai combustibili sintetici, Lamborghini continuerà a proteggere il ruggito dei suoi motori.

La sfida per il 2026 e il 2027 sarà mantenere questa profittabilità da record restando fedeli alle tre parole chiave: coraggiosa, autentica e sorprendente. Il Toro non si ferma, e finché il mercato non chiederà il silenzio delle batterie, Sant’Agata continuerà a far tremare la terra con l’autenticità di chi ha reso il lusso un’equazione vincente.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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