I mercati asiatici devono fare i conti con numerosi fattori di incertezza. Il primo è la debolezza dell’economia cinese, fulcro dell’area che ancora non si è ristabilita, come mostrano la prosecuzione del calo dei prezzi nel settore immobiliare e i consumi, che solo recentemente hanno mostrato qualche segnale di ripartenza. Il secondo sono le tensioni geopolitiche su Taiwan, come il recente confronto ravvicinato con il Giappone, e le restrizioni commerciali. Infine, il fattore tecnologico, con i timori per una bolla delle Big tech che, se davvero ci fosse e se davvero scoppiasse, coinvolgerebbe tutte le Borse globali. Tra le note positive, evidenziate da Marcel Zimmermann, gestore del fondo Asian Opportunity di Lemanik, l’indebolimento dell’inflazione, che apre “alla possibilità per le Banche centrali di abbassare ulteriormente i tassi d’interesse se la situazione economica dovesse peggiorare”.
In Cina sono presenti pressioni deflazionistiche
Nel complesso, per il gestore di Lemanik le prospettive macroeconomiche nei mercati asiatici restano contrastanti. Gli indici dei responsabili degli acquisti oscillano intorno a 50, segnalando un potenziale di crescita limitato: “L’intelligenza artificiale rimane un importante motore delle esportazioni a Taiwan e in Corea del Sud, ma altri segmenti della produzione mostrano segni di debolezza”.
I dati economici di ottobre hanno evidenziato pressioni deflazionistiche in Cina, con l’indice dei prezzi al consumo annuo in calo dello 0,3%, mentre le vendite al dettaglio sono rimaste deboli, sebbene le esportazioni abbiano segnato una crescita dell’8,3% su base annua. La Corea del Sud ha registrato un aumento delle esportazioni del 12,7% e il Pmi index è tornato sopra quota 50, mentre Taiwan ha beneficiato della domanda globale per l’intelligenza artificiale. Il Giappone ha mostrato segnali di debolezza con un Pmi sotto 50 e vendite al dettaglio deboli, sebbene l’indice Tankan indichi un sentiment positivo nel settore non manifatturiero. “Rimaniamo positivi sulle prospettive a medio termine del portafoglio e della regione asiatica commenta Zimmermann, con le valutazioni dei mercati azionari asiatici che restano nella fascia bassa del ciclo quinquennale, offrendo “opportunità di diversificazione rispetto agli Stati Uniti”.
L’impatto del fattore geopolitico sui mercati asiatici
La situazione geopolitica globale ha influenzato i mercati asiatici ma, secondo il gestore di Lemanik, gli effetti sono stati limitati. Piuttosto Zimmermann evidenzia l’importanza della ripresa dei consumi cinesi, osservando che “il commercio inter-asiatico è maggiore delle esportazioni asiatiche verso il resto del mondo”, con questo sottolineando l’impatto limitato delle restrizioni commerciali provocate dai dazi.
“Il quarto Plenum del Partito comunista cinese – spiega Zimmermann – ha indicato gli obiettivi economici a lungo termine della Cina, con la volontà di raggiungere un Pil pro-capite di 20.000 dollari entro dieci anni e di rafforzare l’autosufficienza in settori strategici come semiconduttori e scienza”. A ciò si aggiunge la riduzione del 10% delle tariffe statunitensi e l’annullamento degli aumenti sulle tasse portuali per le navi cinesi scaturiti dall’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump.
La politica commerciale degli Stati Uniti continua a creare difficoltà nella pianificazione a lungo termine degli investimenti di capitale, mentre le autorità locali, come l’Indonesia, hanno abbassato i tassi di riferimento per sostenere l’economia. La Banca Asiatica di Sviluppo ha inoltre rivisto al ribasso le prospettive di crescita per i Paesi in via di sviluppo, stimando un +4,8% per il 2025 e un +4,5% per il 2026, a causa dell’impatto dei dazi statunitensi. Tuttavia, la domanda interna mantiene un supporto alla crescita e temi come robotica, intelligenza artificiale e metalli restano centrali per gli investimenti nella regione, mentre gli altri settori hanno sottoperformato.









