Mps-Banco Bpm: fusione in azioni e cash per sfuggire a Intesa Sanpaolo

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Il risiko bancario italiano cambia di nuovo direzione. Mentre l’opa lanciata da Intesa Sanpaolo, in accordo con Unipol, su Mps resta formalmente sul tavolo (anche se al momento bocciata), gli advisor di Rocca Salimbeni e di Banco Bpm hanno accelerato i contatti per costruire un’alternativa: una fusione tra pari, strutturata come un mix di azioni e contante, capace di preservare l’indipendenza del Monte e, al tempo stesso, di sfilarlo dalla presa di Carlo Messina. Lo ha rivelato Bloomberg, citando fonti vicine al dossier. Le due settimane che portano ai consigli di amministrazione di inizio agosto saranno decisive.

 

In questo articolo:

 

  • Mps e Banco Bpm: un dividendo straordinario per riequilibrare i pesi
  • L’idea del terzo polo e il ruolo di Crédit Agricole
  • Mps e Banco Bpm: l’incognita degli azionisti senesi

 

Mps e Banco Bpm: un dividendo straordinario per riequilibrare i pesi

Il nodo tecnico dell’operazione tra Mps e Banco Bpm è il concambio. Una fusione alla pari, attualmente, penalizzerebbe gli azionisti senesi, perché il Monte vale sensibilmente più di Piazza Meda: Rocca Salimbeni capitalizza circa 35,8 miliardi di euro contro i 24 di Banco Bpm, quasi dodici miliardi di differenza. Per colmare il divario, la soluzione allo studio prevede una componente cash riservata proprio ai soci di Mps, con l’ipotesi più accreditata di un dividendo straordinario distribuito prima del perfezionamento dell’operazione. In questo modo Siena restituirebbe agli azionisti parte dell’eccesso di capitale accumulato negli ultimi anni, riequilibrando i rapporti di forza all’interno del nuovo gruppo.

Sul finanziamento, i dettagli sono ancora in corso di definizione. La banca guidata da Luigi Lovaglio può contare su un eccesso di capitale stimato in 3,3 miliardi a fine 2025, ma – in linea teorica – potrebbe attingere anche ad altre fonti, a partire dalla monetizzazione del 13,3% detenuto in Generali. È lo stesso Lovaglio ad avere sempre definito quella partecipazione un asset “nice to have”, utile a generare dividendi ma disponibile a essere valorizzato in caso di operazione straordinaria. Per ora, riferiscono le fonti, tutte le opzioni restano aperte.

L’idea del terzo polo e il ruolo di Crédit Agricole

Lo schema riprende e sviluppa la proposta amichevole avanzata da Banco Bpm a Mps domenica 7 giugno, alla vigilia dell’offerta di Intesa. Fin dall’inizio Piazza Meda aveva escluso la logica dell’acquisizione tradizionale, indicando un “merger of equals” come la formula più adatta ad allineare gli azionisti attorno a un progetto industriale comune, preservando marchi, sedi storiche e radicamento territoriale. L’obiettivo dichiarato è la nascita di un terzo polo bancario in grado di competere con Intesa e UniCredit, mantenendo intatto il perimetro del gruppo ed evitando lo smembramento ipotizzato per ragioni antitrust nel piano di Ca’ de Sass.

Secondo le stime comunicate da Banco Bpm, le sinergie a regime supererebbero 1,1 miliardi lordi: oltre 650 milioni dalla riduzione dei costi e più di 450 milioni dai maggiori ricavi, di cui circa 250 milioni prodotti dalle reti e 200 milioni dall’ottimizzazione delle fabbriche prodotto. La nuova entità partirebbe da una posizione patrimoniale solida, con un Cet1 ratio fully loaded pro forma stimato intorno al 15%. Anche in questo scenario, tuttavia, sarebbe probabilmente necessaria la cessione di alcuni sportelli, questa volta per rispondere ai rilievi dell’Antitrust sulla nuova banca.
Il socio francese accetta, ma vuole guadagnarci

Il passaggio più delicato riguarda Crédit Agricole, primo azionista di Banco Bpm con una quota salita intorno al 30%. Secondo La Stampa, il gruppo francese avrebbe dato la disponibilità a negoziare il proprio via libera all’operazione – che comporterebbe una diluizione della sua partecipazione – in cambio di una serie di contropartite: dagli sportelli in sovrannumero rispetto alle soglie antitrust fino a possibili intese su Anima, sul comparto assicurativo o sulla quota in Agos, dove Agricole ha la maggioranza. Il risultato finale sarebbe comunque quello di ridurre il peso della banca transalpina nel nuovo soggetto, togliendo al governo e al sistema l’imbarazzo di avere un concorrente straniero come socio forte di quella che diventerebbe la seconda banca del Paese.

L’interesse di Parigi a un accordo, del resto, non manca. Crédit Agricole ha già votato a favore dell’avvicinamento tra i due istituti a inizio giugno e vedrebbe ampliarsi la base della banca partecipata. Sullo sfondo pesa anche la scadenza, nel 2027, dell’accordo che lega Mps all’assicuratore francese Axa, ulteriore terreno di trattativa. Sul fronte della governance, un nodo sarebbe già sciolto: Lovaglio assumerebbe la presidenza del nuovo gruppo, mentre a Giuseppe Castagna andrebbe il ruolo di amministratore delegato.

Mps e Banco Bpm: l’incognita degli azionisti senesi

Se il fronte francese sembra avviato verso una soluzione, quello senese resta il più insidioso. Il via libera dell’assemblea di Rocca Salimbeni non è affatto scontato: la compagine è frammentata e reduce dalla forte conflittualità seguita alla riconferma a sorpresa di Lovaglio. Alcuni consiglieri e diversi fondi avrebbero già valutato con favore la componente cash da un euro per azione offerta da Intesa, e non si esclude un rialzo; in prima fila il gruppo Caltagirone, uscito sconfitto dalla battaglia per la guida della banca. Da definire anche la posizione di Delfin, che in aprile aveva appoggiato la lista Lovaglio ma il cui allineamento in questa partita resta incerto, non da ultimo per le tensioni interne alla holding. Sullo sfondo resta l’inchiesta milanese che vede indagato Lovaglio su un presunto accordo non comunicato con Delfin e Caltagirone, di cui si attendono sviluppi in autunno.

La mossa di Lovaglio e Castagna è innanzitutto una contromossa. L’opas di Intesa poggia su un disegno preciso: acquisire circa la metà degli sportelli senesi (625) e cederne una parte all’alleato Unipol, i cui soci sono attesi in assemblea il 30 luglio per approvare un aumento di capitale da 2,5 miliardi al servizio proprio di quell’operazione. Una fusione Mps-Bpm farebbe saltare l’intero schema, privando Ca’ de Sass del proprio obiettivo. Finora Intesa ha escluso un rilancio, definendo i 30,6 miliardi messi sul piatto il “massimo prezzo” compatibile, pur lasciando aperta la possibilità di mettere mano al portafoglio se la partita dovesse stringersi.

Defilato, ma non assente, resta UniCredit. Andrea Orcel si è definito “spettatore divertito” del risiko e ha spostato il baricentro sulla Germania, dove ha investito 22 miliardi; dell’Italia gli interessa soprattutto Trieste, perché l’ingresso di Intesa nel capitale di Generali al posto di Mps romperebbe gli attuali equilibri del Leone. Non è escluso, tuttavia, che gli sportelli Mps eventualmente ceduti da Intesa possano rappresentare per Piazza Gae Aulenti l’occasione per una crescita sul mercato domestico.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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