Mps chiude all’86% su Mediobanca, ora cosa farà?

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Banca Mps chiude la partita con Mediobanca, completando la sua scalata all’86,33% di adesioni. Lo sprint finale ha sgretolato le ultime resistenze degli azionisti grazie anche al ritocco finale dell’offerta in contanti di 0,9 euro per azione. L’offerta pubblica di acquisto e di scambio (opas) ha visto nell’ultimo giorno un’aggiunta di quasi il 16% di azioni conferite dai soci, rispetto al 70,48% del capitale di venerdì scorso. In questo articolo:

 

  • Mps: ora la fusione con Mediobanca
  • Le aspettative sulla governance

 

Mps: e ora la fusione con Mediobanca

Mps ha lanciato l’assalto alla rivale milanese a gennaio di quest’anno proponendo 2,3 azioni ordinarie di nuova emissione per ogni azione Mediobanca. L’offerta però ha trovato la strada sbarrata dal Consiglio di amministrazione di Piazzetta Cuccia, che l’ha considerata “inadeguata e priva di convenienza”. Ciò ha portato l’istituto di Rocca Salimbeni a fare un’opas ostile rivolgendosi direttamente agli azionisti di Mediobanca.

Per invogliarli a cedere le azioni ha migliorato l’offerta, mettendo sul piatto 2,533 azioni ordinarie Mps e 0,9 euro in contanti per ogni azione Mediobanca. In pratica, la banca guidata da Luigi Lovaglio ha dovuto emettere 1,28 miliardi di nuove azioni e sborsare 456 milioni di euro in contanti.

Al fischio finale l’operazione ha un grande significato, perché apre la strada alla fusione per incorporazione senza obbligo per Mps di lanciare un’opa residuale sugli altri azionisti Mediobanca che non hanno aderito. L’obbligo di opa residuale scatta quando la quota di adesioni supera il 90%. Il pericolo scongiurato è un sollievo per l’azienda di credito senese, che che avrebbe dovuto investire altri 1,8 miliardi di euro.

È molto probabile – anche se non scontato – il delisting del titolo Mediobanca dalla Borsa di Milano, dal momento che il flottante è sceso sotto il 15%. Questo non è un obbligo e vi sono società a Piazza Affari che scambiano con un flottante più basso.

Qualora Mps lo ritenesse opportuno, potrebbe ripristinare un numero più alto di azioni Mediobanca per raggiungere la soglia desiderata e considerata in linea con i progetti dell’azienda. In che modo? Ad esempio, potrebbe vendere sul mercato proprie azioni, o avviare una procedura di accelerated bookbuilding presso investitori istituzionali, o ancora effettuare un aumento di capitale riservato al mercato. Non è escluso anche che possa adottare una combinazione di tutte queste modalità. Ad ogni modo, la fusione non cancellerà il marchio Mediobanca, considerato un asset di grande valore nell’ambito delle strategie aziendali del gruppo.

Il grande vantaggio derivante dalla combinazione tra le due grandi banche italiane è nelle sinergie. Secondo le stime, l’integrazione comporta introiti per la realtà nascente di circa 700 milioni di euro l’anno, di cui: 300 milioni sotto forma di maggiori ricavi; 300 milioni per effetto della riduzione dei costi; e circa 100 milioni con risparmi sul funding. Inoltre, Mps ha la possibilità di consolidare le Dta (Deferred tax assets), i crediti fiscali differiti che valgono circa 3 miliardi di euro.

Affinché ci sia il completamento della fusione, è necessario comunque attendere il via libera della Banca centrale europea e il pronunciamento delle assemblee dei due istituti di credito. Per quanto si tratti ormai di una pura formalità, occorrerà aspettare fino a un massimo di tre mesi per il giudizio di Francoforte e questo autunno per il disco verde delle assemblee.

 

Le aspettative sulla governance

L’assemblea degli azionisti di Mediobanca del 28 ottobre sarà fondamentale per definire la governance del nuovo istituto. Con le dimissioni da amministratore delegato da parte di Alberto Nagel, è partita ufficialmente la caccia al nuovo a.d.

Ambienti vicini a Mediobanca spingono affinché ci sia una certa continuità tra la vecchia e la nuova gestione, ma Lovaglio preferirebbe per l’istituto milanese personalità tecniche vicine al mondo dei fondi in modo da sfruttare la caratteristica di banca d’affari di Piazzetta Cuccia. Per questo motivo, i nomi che circolano di Francesco Saverio Vinci e dell’a.d. di Mediobanca Premier e Compass, Gian Luca Sichel, non hanno un alto indice di gradimento.

Tra i contendenti al vertice più probabili figurano invece il managing director di Pimco, Giorgio Cocini, e l’head of Natural Resources Investment Banking & Emea di Goldman Sachs, Francesco Pascuzzi. Si sono fatti i nomi anche di Riccardo Mulone, country head di Ubs, e Filippo Gori, amministratore delegato di JPMorgan per la regione Emea e co-head global banking. Altri candidati avrebbero bisogno di tempo per liberarsi, il che comporterebbe la scelta di un traghettatore.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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