“Abbiamo rilevato condotte parallele e convergenti sin dal 2019”. Con questa frase, pronunciata davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo, il procuratore capo di Milano Marcello Viola ha acceso un faro giudiziario su uno dei più delicati intrecci del capitalismo finanziario italiano degli ultimi anni: quello che ha portato Mps ad acquisire Mediobanca. Non un sospetto generico, non un’ipotesi marginale, ma l’indicazione di un possibile “disegno comune” che avrebbe coinvolto Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, e il gruppo dell’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone con un obiettivo preciso: “Arrivare al controllo di Generali”.
In questo articolo:
- Mps-Mediobanca: l’ipotesi di concerto
- Perché Mediobanca, il ruolo di Lovaglio e del Mef
- Il potenziale ingresso di Passera e la reazione del titolo
Mps-Mediobanca: l’ipotesi di concerto
Quelle pronunciate durante l’audizione sono parole pesanti. Parole che spostano l’asse del dibattito dal terreno delle legittime strategie industriali a quello della trasparenza e del rispetto delle regole di mercato. Perché quando il vertice della Procura di Milano parla di “unità di intenti non dichiarata al mercato”, non sta descrivendo un semplice parallelismo di scelte finanziarie, ma sta ipotizzando l’esistenza di un concerto occulto, sviluppatosi nel tempo, e potenzialmente idoneo a incidere sugli equilibri di tre pilastri del sistema: Banca Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca e Assicurazioni Generali.
L’audizione, trasmessa dalla WebTv del Senato della Repubblica, non è stata una relazione formale di rito. È stata, piuttosto, la rappresentazione pubblica di un’ipotesi accusatoria che individua un filo conduttore negli ultimi sei anni di movimenti azionari, assemblee societarie, rafforzamenti di quote e operazioni straordinarie. “Il quadro che emerge non è episodico, ma si sviluppa nel tempo”, ha chiarito Viola, lasciando intendere che ciò che oggi è oggetto di indagine sarebbe il frutto di una strategia coerente e progressiva.
Perché Mediobanca, il ruolo di Lovaglio e del Mef
L’operazione su Mediobanca non è stata letta dalla Procura come un episodio isolato. Viola ha spiegato che “il rafforzamento in Mediobanca rappresentava uno snodo strategico”, perché incidere sui vertici della banca d’affari milanese significava poter influenzare indirettamente gli equilibri di Generali. Un passaggio delicatissimo ha riguardato Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps. Il procuratore lo ha definito “non un azionista, ma ha fornito un supporto materiale fondamentale” e lo ha qualificato come “concorrente esterno nel disegno ipotizzato”. Non si tratta di una mera definizione semantica: indica che Lovaglio, pur non detenendo partecipazioni dirette, avrebbe contribuito in modo determinante alla strategia ipotizzata dalla Procura.
La Procura ha poi voluto distinguere le scelte industriali legittime dalla possibile violazione di norme di trasparenza: “Non stiamo sindacando scelte industriali, ma verificando il rispetto delle norme sulla trasparenza”. Ulteriori passaggi emblematici hanno riguardato la vendita delle quote del Ministero dell’Economia in Mps attraverso una procedura di accelerated book building. Pur precisando che il Ministero non è sotto indagine penale, Viola ha osservato che “le modalità di collocamento hanno inciso sugli equilibri azionari successivi”, un richiamo implicito al ruolo decisivo dello Stato nella formazione degli assetti di potere.
Il potenziale ingresso di Passera e la reazione del titolo
Non sorprende quindi che, alla luce di questo contesto complesso e della necessità di definire un equilibrio stabile nella governance, sia emersa anche l’ipotesi di Corrado Passera come possibile presidente del Monte. Dopo l’integrazione di Mediobanca, la composizione del nuovo cda diventava un passaggio cruciale, in cui affinare i profili e confrontarsi con la vigilanza non era una mera formalità, ma una scelta strategica per stabilizzare un nodo centrale del capitalismo finanziario italiano.
Passera, con la sua esperienza tra Intesa Sanpaolo, Poste Italiane, il ministero dello Sviluppo economico e la fondazione di Illimity Bank, rappresenta un profilo capace di mediare tra soci forti come Delfin e Caltagirone e il management, garantendo autorevolezza e equilibrio in un azionariato più articolato e potenzialmente conflittuale. La sua eventuale candidatura è stata letta come una possibile strategia per “istituzionalizzare” la banca, rassicurare la vigilanza europea e dialogare con i principali azionisti, consolidando un percorso ordinato dopo anni di turbolenze, aumenti di capitale e interventi pubblici.
Intanto, pur avendo presentato questa mattina il nuovo piano industriale al 2030 che promette 16 miliardi di dividendi e conferma i 700 milioni di sinergie, puntando così a raggiungere un utile di 3,7 miliardi di euro e 9,5 miliardi di ricavi nel 2030, il titolo Mps oggi si sta confermando tra i peggiori di Piazza Affari. Al momento della scrittura sta infatti cedendo quasi quattro punti percentuali, segno che quanto dichiarato ieri durante l’audizione non sta affatto lasciando indifferente il mercato.









