Sono ore febbrili a Siena. Attorno al futuro della governance di Mps si sta infatti giocando una partita importante che tocca l’assetto stesso di uno dei nuovi poli bancari italiani. Manca infatti esattamente una settimana da martedì 3 marzo, giorno in cui il consiglio dovrà approvare la lista dei candidati per il nuovo cda. Una lista in cui c’è un nome che più di ogni altro sta conquistando l’attenzione: quello dell’ex ministro Corrado Passera. Secondo La Repubblica, sarebbe lui in testa per il ruolo di presidente di Mps.
In questo articolo:
- Mps, tra cda e prossimi passi
- Il percorso di Corrado Passera
- Mps, Mediobanca e Passera
- Come ha reagito il titolo
Mps, tra cda e prossimi passi
Dopo aver inglobato Mediobanca (che quindi saluta Piazza Affari dopo 70 anni), il prossimo passo in casa Mps è proprio la composizione del nuovo cda. Al momento la lista da presentare al consiglio sarebbe stata ridotta da trenta e venti nomi. Ma sarà solo un assaggio, un antipasto di quello che sarà deciso dall’assemblea il 15 aprile, quando sarà chiamata a votare i singoli componenti con le nuove regole introdotte dalla Legge Capitali. In mezzo c’è un passaggio cruciale: l’affinamento dei profili, la verifica dei requisiti, il confronto con la vigilanza. Non si tratta di una mera formalità, perché l’assetto del Monte, dopo anni di turbolenze, aumenti di capitale, interventi pubblici e una recente fase di rafforzamento patrimoniale, è tornato a essere un nodo strategico del capitalismo finanziario italiano.
I nomi emersi illuminano la strategia dei nuovi soci forti, in particolare Delfin e Caltagirone. Coinvolti, peraltro, insieme all’ad Luigi Lovaglio, nell’indagine della Procura di Milano in relazione alla scalata su Mediobanca. La linea che filtra è quella, nonostante l’indagine, di dare ancora fiducia a Lovaglio, ma al tempo stesso affiancandolo a figure di peso, esperte, competenti e soprattutto “dialettiche”, come evidenzia La Repubblica. È un aggettivo che pesa. Dialettiche rispetto a chi? Dialettiche rispetto all’attuale equilibrio interno? Dialettiche rispetto al management? O forse rispetto ai soci stessi, in un contesto in cui l’azionariato si è fatto più articolato e, per certi versi, più conflittuale? Tra i profili circolati figurano quello di Carlo Vivaldi, con un lungo passato in banca e una reputazione di manager solido e poco incline ai riflettori, e quello di Fabrizio Palermo, attuale amministratore delegato di Acea, che ha già maturato esperienze complesse in ambito finanziario e infrastrutturale. Ma tra tutti, spicca proprio Passera, per curriculum, per storia personale, per peso specifico nel sistema.
Il percorso di Corrado Passera
La traiettoria professionale di Passera è nota e, per certi versi, paradigmatica di una stagione del capitalismo italiano. È stato amministratore delegato di Poste Italiane in una fase cruciale di modernizzazione, poi banchiere di vertice in Intesa Sanpaolo, contribuendo a consolidare uno dei principali gruppi bancari europei. In seguito ha ricoperto il ruolo di ministro dello Sviluppo economico nel governo tecnico guidato da Mario Monti, entrando direttamente nella cabina di regia delle politiche industriali in un momento di emergenza finanziaria per il Paese. Infine ha fondato Illimity Bank, una banca di nuova concezione, con ambizioni innovative e un modello orientato al credito alle pmi e agli attivi problematici.
Proprio su Illimity vale la pena soffermarsi, perché rappresenta uno snodo importante per comprendere la parabola recente di Passera. Nata con l’idea di intercettare segmenti trascurati dal sistema tradizionale e di fare leva su tecnologia e specializzazione, la banca ha avuto un avvio promettente, ma nel tempo ha mostrato fragilità. Il contesto macroeconomico, la concorrenza crescente, la difficoltà di scalare il modello in un mercato bancario maturo hanno inciso sulla redditività e sulla percezione del mercato. Lo scorso anno Illimity è stata rilevata da Banca Ifis, segnando di fatto la fine di un progetto autonomo e l’inizio di una nuova fase sotto altra regia. Non è stata una débâcle, ma nemmeno il successo dirompente che molti avevano immaginato. E questo elemento, per alcuni osservatori, può rappresentare al tempo stesso un limite e un valore: un limite perché testimonia le difficoltà incontrate; un valore perché restituisce l’immagine di un manager che ha sperimentato, rischiato, innovato.
Chi conosce Passera sa che non è tipo da ruoli notarili. L’ipotesi di una sua presidenza al Monte non può essere letta come una semplice soluzione di equilibrio. È piuttosto la possibile scelta di una figura di garanzia, capace di “istituzionalizzare” la banca, come viene riferito dal quotidiano italiano, e di traghettarla in una fase delicata. Non è un caso che dalle interlocuzioni tra il comitato nomine del cda e l’advisor Korn Ferry emerga un profilo che unisce esperienza bancaria, conoscenza delle istituzioni e autorevolezza internazionale.
L’età, 71 anni appena compiuti, un anno più di Lovaglio, non è vista come un ostacolo, ma come un elemento di maturità in un momento in cui la banca ha bisogno di stabilità. Il Monte, del resto, si è fatto più grande e complesso, anche per effetto dell’ingresso nel capitale di Mediobanca e della partecipazione del 13,2% in Assicurazioni Generali. Non si tratta di mere partecipazioni finanziarie, ma di tasselli di un mosaico che ridefinisce equilibri e alleanze nel salotto buono della finanza italiana. La vigilanza segue con massima attenzione il passaggio. La Bce ha chiesto di rafforzare i criteri di orientamento diffusi da Mps nei giorni scorsi, segnalando implicitamente quanto sia cruciale la qualità della governance. Un presidente dotato di autonomia, capace di fare da equilibratore tra le diverse anime del cda, tra il management e i soci, tra la banca e le istituzioni, è percepito come un elemento chiave per evitare nuove frizioni.
Mps, Mediobanca e Passera
La partita non si gioca solo a Siena. Coinvolge anche la filiera da integrare. Mediobanca sta vivendo una fase di trasformazione, con l’addio alla Borsa dopo settant’anni che si profila come un passaggio simbolico e sostanziale. In Piazzetta Cuccia si apre una nuova stagione, e il dialogo con Mps dovrà essere ridefinito su basi chiare. Sul fronte triestino, in Generali, la leadership di Philippe Donnet è solida, ma da anni Caltagirone e Delfin, soci di peso anche nel Leone, provano a ridiscutere gli equilibri. In questo intreccio di partecipazioni, alleanze e ambizioni, il Monte è al centro di una rete che va ben oltre i confini toscani.
Un presidente come Passera, nella lettura di chi lo sostiene, potrebbe fungere da cerniera tra questi mondi. Conosce la grande banca commerciale, ha frequentato i tavoli governativi, ha dialogato con l’Europa. Potrebbe essere il garante di un percorso ordinato, capace di rassicurare la vigilanza e al tempo stesso di dialogare con soci esigenti. Ma non è un ruolo neutro. Significa incidere sulle scelte strategiche, sulla composizione dei comitati, sulla definizione delle priorità industriali.
C’è poi il tema politico, che con Passera torna inevitabilmente in primo piano. Dopo l’esperienza ministeriale nel governo Monti, provò a ritagliarsi uno spazio autonomo sulla scena pubblica, con un progetto politico centrista che però non ebbe seguito significativo. Negli anni del governo Renzi si parlò di un suo tentativo di costruire una cordata estera per rilevare il Monte, prima del salvataggio pubblico. Un’ipotesi che non trovò sbocco, ma che testimonia quanto la banca senese sia stata, per lui, un dossier familiare da tempo. La politica, insomma, non è un capitolo chiuso, ma un elemento che ne arricchisce – e per alcuni complica – il profilo. Nel frattempo, l’attuale presidente Nicola Maione, indicato nel 2017 dal Tesoro in cda, ha svolto in questi mesi un’opera di mediazione apprezzata da diversi azionisti. Anche il suo nome figura nella lista lunga. Per lui potrebbero aprirsi nuove strade, magari in una partecipata pubblica che rinnova i vertici in primavera. Ma il baricentro della discussione sembra essersi spostato su un profilo più marcatamente bancario e meno giuridico.
Come ha reagito il titolo
Nel frattempo, il mercato osserva. Il titolo Mps ha recuperato terreno negli ultimi mesi, sostenuto da risultati in miglioramento e da una percezione di maggiore solidità patrimoniale. Ma la sfida ora è diversa. Non si tratta più solo di risanare, bensì di consolidare e crescere in un sistema bancario che si sta ricomponendo attorno a pochi grandi poli. La concorrenza è intensa, i margini sotto pressione, la trasformazione digitale impone investimenti continui.
In questo quadro, la scelta del presidente assume un valore simbolico e sostanziale. Simbolico, perché segnala quale equilibrio tra soci e management si intende perseguire. Sostanziale, perché incide sulla capacità della banca di dialogare con la vigilanza, con il mercato e con le controparti industriali. Passera, con il suo profilo da banchiere navigato e da ex ministro, incarna l’idea di una guida autorevole, capace di tenere insieme i pezzi di un puzzle complesso. Resta da capire se questa convergenza troverà conferma nei prossimi giorni. Le ore febbrili sono il riflesso di trattative, telefonate, verifiche di compatibilità e di requisiti. La partita è aperta, e come spesso accade nel capitalismo italiano, si gioca su più tavoli contemporaneamente: quello societario, quello regolamentare, quello politico.
Se Passera dovesse davvero approdare alla presidenza del Monte, si chiuderebbe un cerchio iniziato anni fa, quando guardò a Siena con l’idea di una possibile acquisizione. Oggi il contesto è diverso. La banca è uscita dall’emergenza più acuta, ma resta in una fase di transizione. La sua governance sarà chiamata a dimostrare di aver imparato dalle lezioni del passato, evitando personalismi e conflitti sterili. Per il sistema finanziario italiano sarebbe un segnale forte. Non tanto per il nome in sé, quanto per ciò che rappresenta: il tentativo di coniugare esperienza, autonomia e capacità di mediazione in un momento in cui le linee di frattura tra soci, management e istituzioni sono ancora visibili. La sfida è trasformare questa fase delicata in un’opportunità di stabilizzazione definitiva.









