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Obbligazioni corporate euro, 3 ragioni per averle in portafoglio

Uno schermo di un portatile con diversi indicatori di qualità grafici

Nel 2023 sono tornate di moda le obbligazioni corporate investment grade, ossia i bond societari che hanno un grado di rischio basso. A un aumento delle emissioni è corrisposto un incremento della domanda. Gli investitori hanno colto l’opportunità di assicurarsi rendimenti interessanti. Ne sono esempi i successi del bond sostenibile quinquennale offerto da Eni con un tasso di interesse lordo al 4,3% all’emissione e delle obbligazioni in euro da 4,25 miliardi totali di IBM.

“Le società hanno fatto la fila – ha affermato David Stanley, gestore della strategia Euro corporate bond di T. Rowe Price – per emettere nuove obbligazioni in euro e rifinanziare il proprio debito”. Nel solo mese di gennaio le emissioni hanno raggiunto la cifra record di 108,5 miliardi di euro.

Tuttavia non bisogna dimenticare che i tassi di interesse elevati pagati oggi dai corporate bond sono il frutto di un anno drammatico. Nel 2022 quasi nessuna asset class è scampata alle vendite e le obbligazioni investment grade hanno mostrato come anche i “porti sicuri” possono essere colpiti da mareggiate. Ecco perché Stanley sottolinea che “l’investment grade non è una asset class priva di rischi” prima di osservare come nel contesto economico attuale “sempre più cupo, i rendimenti, i fondamentali e i flussi delineino un quadro migliore per le obbligazioni corporate investment grade denominate in euro”.

 

Le 3 ragioni per inserire obbligazioni corporate in portafoglio

Il gestore di T. Rowe ritiene che quello attuale sia un buon momento per aumentare l’allocazione di portafoglio al debito societario denominato in euro. Sono 3 gli aspetti che lo portano a questa convinzione:

 

  • Rendimento;
  • Fondamentali;
  • Flussi.

 

La prima ragione è la più evidente nonché la più attraente per gli investitori: il rendimento offerto dalle obbligazioni corporate in euro ha raggiunto la soglia del 4,5% come non accadeva dalla crisi del debito del 2011. Secondo Stanley si tratta di un rendimento competitivo in termini assoluti ma anche se confrontato con quello dei titoli di Stato.

C’è però da prestare attenzione ai fondamentali delle imprese che emettono obbligazioni, ricordando che le prospettive per l’economia non sono rosee. Un rallentamento è già in corso e non viene esclusa una recessione più avanti nel corso dell’anno. Ciò potrebbe causare un deterioramento nei bilanci aziendali. David Stanley fa però notare che “negli ultimi cinque anni le aziende europee sono state relativamente prudenti con i loro bilanci. Hanno ridotto la leva finanziaria e abbassato il livello medio di indebitamento”.

Merito in parte del Covid, che ha spinto le imprese ad accumulare liquidità, dell’intervento delle autorità monetarie a sostegno dei mercati e della possibilità che le aziende hanno avuto di rifinanziare il proprio debito a tassi di interesse molto bassi e allungarne la scadenza media nei tre anni precedenti.

C’è infine un effetto trascinamento. “Da ottobre 2022 la domanda degli investitori per questa asset class è aumentata riflettendosi in flussi netti positivi. Mi aspetto che questa tendenza continui” è la conclusione di Stanley.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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