Oro, argento e materie prime: la caduta prosegue, i fattori che la guidano

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Dopo settimane di forza, le materie prime mostrano il lato fragile, aprendo la settimana con una correzione coordinata che riporta l’attenzione sul rischio e sulla direzione della politica monetaria. Le vendite hanno coinvolto metalli preziosi, petrolio e metalli industriali, interrompendo la sequenza dei massimi toccati nei giorni precedenti.

Il movimento si è innestato su un contesto già delicato e si è intensificato in concomitanza con la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di indicare Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve. Il rafforzamento del dollaro e la riduzione dell’esposizione agli asset più rischiosi hanno così alimentato una seconda seduta consecutiva di forti ribassi sul comparto delle commodity.

 

In questo articolo:

 

  • Materie prime sotto pressione
  • La lettura dei mercati sulla futura guida della Fed
  • Non solo materie prime: il rischio si muove su più asset

 

Materie prime sotto pressione

Lunedì mattina, l’oro è sceso del 6,1% a 4.565,79 dollari l’oncia, dopo il calo di oltre il 9% registrato venerdì, la flessione giornaliera più marcata dal 1983. Dopo aver toccato un massimo storico di 5.594,82 dollari giovedì, il metallo ha perso più di 1.000 dollari, cancellando gran parte dei guadagni accumulati dall’inizio dell’anno. In ribasso anche i future sull’oro statunitense con consegna ad aprile, in calo del 3,3% a 4.586,20 dollari l’oncia. Ancora più accentuata la correzione sull’argento: il prezzo spot è sceso del 12% a 74,48 dollari l’oncia, dopo il crollo del 27% di venerdì, la peggiore seduta mai registrata. Rispetto al massimo storico di 121,64 dollari toccato la scorsa settimana, l’argento ha perso circa il 40%.

Le vendite si sono concentrate sui metalli preziosi, tradizionalmente considerati beni rifugio ma che in questa fase sono stati liquidati insieme agli asset più rischiosi. Il movimento è stato amplificato dall’aumento dei requisiti di margine annunciato dalla principale borsa di materie prime, Cme Group, sui future sui metalli, una misura che ha ridotto la liquidità e favorito la chiusura delle posizioni, contribuendo all’intensificazione della correzione avviata nella seduta di venerdì. In calo anche il petrolio, che ha registrato un arretramento nelle ultime ore dopo i forti rialzi delle settimane precedenti, interrompendo una sequenza di sei settimane consecutive di crescita, una dinamica poco frequente per il mercato petrolifero.

Sul fronte dei metalli industriali, rame e minerale di ferro hanno dovuto affrontare pressioni legate alle preoccupazioni sugli elevati livelli di inventario e a una domanda giudicata debole in vista delle festività del Capodanno lunare in Cina, il principale mercato di riferimento per il comparto.

 

La lettura dei mercati sulla futura guida della Fed

A incidere sul sentiment è stata anche la lettura che i mercati stanno dando della futura guida della banca centrale statunitense. Dopo mesi di voci e di alternanza sui nomi dei candidati, Donald Trump ha nominato venerdì 30 gennaio Kevin Warsh come prossimo chairman della Fed. Secondo gli analisti, la vendita simultanea di metalli preziosi e azioni statunitensi segnala che gli investitori stanno attribuendo a Kevin Warsh un orientamento più restrittivo sul fronte della politica monetaria. D’altronde Warsh è considerato un profilo vicino all’amministrazione Trump e allineato alle sue posizioni di politica monetaria nel corso degli anni. Una valutazione che, pur senza implicare interventi imminenti sui tassi, contribuisce a rafforzare l’idea di una Federal Reserve meno accomodante nel prossimo ciclo.

In questo contesto, il rafforzamento del dollaro ha aumentato ulteriormente la pressione su oro, argento e sulle altre commodity denominate in valuta statunitense, estendendo il movimento ribassista anche a petrolio e metalli di base. Nonostante l’elevata volatilità, gli analisti continuano tuttavia a indicare un obiettivo di prezzo dell’oro a 6.000 dollari nel quarto trimestre, inquadrando la fase in corso come una correzione all’interno di un mercato caratterizzato da ampie oscillazioni.

 

Non solo materie prime: il rischio si muove su più asset

La dinamica osservata sulle materie prime si inserisce in un quadro più ampio di divergenze tra le diverse classi di attivo. Mentre i mercati azionari continuano a mostrare resilienza, sostenuti in particolare dal comparto tecnologico, altri asset legati alla percezione del rischio stanno seguendo traiettorie opposte.

Il Bitcoin, spesso considerato un indicatore avanzato del sentiment, ha chiuso il mese in forte calo, scendendo sotto i minimi di dicembre e segnando una perdita superiore al 40% dai massimi del 2025 in termini di euro, con un andamento speculare rispetto all’azionario. Alle 4 del mattino la criptovaluta ha toccato un minimo a 74.591 dollari, per poi registrare un parziale rimbalzo fino a 76.931 dollari. Allo stesso tempo, diversi asset rifugio hanno mostrato segnali di forza nelle settimane precedenti, dall’oro al franco svizzero, fino allo yen. Un quadro frammentato, che evidenzia come la riduzione del rischio non si stia manifestando in modo uniforme, ma attraverso movimenti disallineati tra mercati, lasciando aperto il tema della sostenibilità delle valutazioni azionarie in un contesto di crescente incertezza.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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