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Petrolio: 3 ragioni dietro rally inarrestabile quotazioni

Petrolio: 3 ragioni che spiegano il rally inarrestabile

Le quotazioni del petrolio sembrano inarrestabili e ormai si dirigono spedite verso i 100 dollari al barile. Nel mercato delle materie prime i future sul Brent oggi viaggiano a 93,46 dollari, in crescita del 2,6%. Ancora meglio fanno quelli sul WTI, in salita del 2,9% a 42,90 dollari. Questa è la settima settimana consecutiva di rialzi, con la performance dall’inizio dell’anno del greggio che si aggira intorno al 20% e si unisce al 40% del 2021. Bisogna risalire a 7 anni fa per vedere questi prezzi e lo squilibrio che si nota tra una scarsa offerta e una domanda in continuo aumento non lascia presagire nulla che possa far invertire la tendenza.

La sensazione generale per chi opera nel commercio del petrolio è che la domanda sia sottovalutata, mentre l’Arabia Saudita ha affermato alla fine di gennaio che il consumo tornerà presto ai livelli pre-pandemici. In realtà, l’Agenzia Internazionale per l’Energia mostra 1 milione di barili al giorno in meno in questo primo trimestre, rispetto allo stesso periodo del 2019.

Un segnale evidente nella richiesta di petrolio deriva dalla straordinaria forza del diesel tra i carburanti. Negli Stati Uniti la domanda ha raggiunto nelle ultime settimane il livello più alto da 30 anni a questa parte e le scorte sulla costa orientale del Paese stanno raschiando il fondo. Anche in Europa la situazione è allarmante, con gli hub di stoccaggio mai così svuotati dal 2008.

 

Petrolio: ecco cosa spiega la forza del rally

Cosa sta succedendo realmente? Fondamentalmente il rally del petrolio è in questo momento alimentato da 3 driver. Innanzitutto vi è la diffusa preoccupazione di un’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Mosca è uno dei principali produttori ed esportatori di petrolio al mondo e una situazione di guerra potrebbe limitare le forniture. Per questo la richiesta di greggio degli altri Paesi è altissima, via via che aumenta il rischio di trovarsi a corto di energia. JP Morgan al riguardo prevede che, se dovesse scoppiare un conflitto nei Balcani, l’oro nero potrebbe arrivare a una quotazione di 120 dollari al barile.

Un secondo driver è determinato dal calo drastico delle temperature nel Texas e nel New Mexico che ha fatto impennare la richiesta del combustibile per il riscaldamento. L’OPEC ha promesso di aggiungere ogni mese 400 mila barili all’offerta complessiva, ma non sono in molti a confidare che ciò avvenga realmente, oltre al fatto che questa quota potrebbe non bastare.

Il terzo motivo che spiega la forza del petrolio potrebbe essere riconducibile alla variante Omicron del Covid-19. Il ceppo è più contagioso ma meno pericoloso rispetto alle versioni precedenti del virus, il che significa che se vi è meno pressione negli ospedali diminuisce il rischio di chiusura delle attività. Quando nel 2020 si creò lo shock petrolifero, con le quotazioni dei future che finirono in territorio negativo per la prima volta nella storia, ci furono lockdown e quarantene che impedirono alle persone di muoversi, tenendo a terra le compagnie aeree e bloccando gli altri mezzi di trasporto. È evidente che una situazione opposta fa crescere la richiesta di carburante e quindi di petrolio.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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