Il petrolio ha ripreso a correre, spinto dal riaccendersi delle tensioni geopolitiche, con il Brent avviato a chiudere il mese con il rialzo più forte mai registrato, persino oltre i picchi toccati durante la Guerra del Golfo del 1990. Il catalizzatore dell’ultima seduta è l’ingresso in guerra degli Houthi yemeniti, che sabato hanno lanciato i loro primi missili contro Israele dall’inizio del conflitto. Il fronte bellico si estende ora dal Golfo Persico al Mar Rosso, mentre il Pakistan annuncia la disponibilità a ospitare colloqui con Washington nei prossimi giorni. I mercati, tuttavia, prezzano un’ulteriore escalation militare, non un accordo.
Intanto il Brent è tornato in area 115 dollari al barile e si avvia a chiudere marzo con un rialzo vicino al 59%, il più forte incremento mensile mai registrato, mentre il Wti si è spinto oltre quota 101 dollari.
In questo articolo:
- Gli Houthi entrano in guerra: chi sono e cosa cambia per il Mar Rosso
- Stretto di Hormuz e rotte alternative: la geografia del rischio energetico
- Guerra Iran, i mercati scommettono sull’escalation
- Il Pakistan come mediatore: colloqui USA-Iran nei prossimi giorni
Gli Houthi entrano in guerra: chi sono e cosa cambia per il Mar Rosso
Sabato mattina gli Houthi, milizia sciita yemenita sostenuta dall’Iran e parte dell’cosiddetto “asse della resistenza” che comprende Hezbollah in Libano e le milizie sciite in Iraq, hanno lanciato missili balistici contro siti militari israeliani sensibili, dichiarando di agire in coordinamento con Teheran e con Hezbollah. L’esercito israeliano ha confermato l’intercettazione di un missile proveniente dallo Yemen; non sono state segnalate vittime nell’immediato. Nel fine settimana gli attacchi nella regione si sono intensificati, danneggiando anche il terminal di Salalah, in Oman. In realtà, il coinvolgimento degli Houthi era atteso da settimane. Dall’inizio della guerra il leader del gruppo, Abdul-Malik al-Houthi, aveva ribadito in più discorsi televisivi i forti legami con l’Iran e la disponibilità a intervenire militarmente. Venerdì grandi folle di lealisti si erano radunate a Sana’a brandendo armi e sventolando le bandiere di Yemen, Iran e Palestina. L’attacco di sabato ha dimostrato che, nonostante i pesanti raid israeliani condotti negli anni contro la leadership e le infrastrutture del gruppo, gli Houthi conservano la capacità operativa di colpire.
Gli Houthi sono militanti sciiti impegnati da quasi due decenni in un conflitto con il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale. Nel 2014 conquistarono la capitale Sana’a, costringendo il governo a rifugiarsi nella città portuale di Aden. Una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, confinante a nord con lo Yemen, non è riuscita a sconfiggerli, alimentando una devastante guerra civile. Già dal 2023, poco dopo l’inizio della guerra di Gaza, il gruppo aveva cominciato a lanciare droni e missili contro Israele e contro navi nel Mar Rosso, rivendicando la campagna come pressione per fermare i bombardamenti su Gaza. Quegli attacchi avevano già costretto numerose compagnie di navigazione a deviare le rotte intorno alla punta meridionale dell’Africa, aggiungendo migliaia di chilometri e diversi giorni ai tempi di transito, con un aumento significativo dei costi di spedizione. Gli Stati Uniti avevano risposto con oltre 1.100 attacchi contro obiettivi Houthi.
Ora, il vero timore è che il gruppo possa interrompere nuovamente il traffico marittimo globale attraverso il Mar Rosso, in modo ancora più sistematico rispetto al passato. Secondo il ricercatore Farea Al-Muslim gli Houthi “hanno preso la decisione sconsiderata di unirsi a una guerra che non riguarda lo Yemen” e hanno la capacità geografica di “destabilizzare non solo il Medio Oriente, ma il mondo intero”.
Stretto di Hormuz e rotte alternative: la geografia del rischio energetico
Il nodo centrale della crisi energetica rimane lo Stretto di Hormuz, di fatto chiuso dall’Iran dall’inizio del conflitto. Attraverso quello stretto transita normalmente un quinto dell’intera offerta mondiale di petrolio e gas, rendendolo il punto di strozzatura più critico al mondo per i flussi energetici. La sua chiusura ha costretto gli operatori a cercare percorsi alternativi, con ricadute immediate sui costi di trasporto e sui prezzi al consumo a livello globale. L’Arabia Saudita, il principale esportatore mondiale, ha risposto dirottando il proprio greggio attraverso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, sfruttando un oleodotto terrestre costruito appositamente per aggirare lo stretto. Tuttavia, l’ingresso degli Houthi nel conflitto mette ora a rischio anche questa rotta alternativa, sollevando interrogativi sulla sua sostenibilità nel medio periodo.
Gli analisti di JP Morgan, in una nota a firma di Natasha Kaneva, hanno avvertito che “il conflitto non è più concentrato nel Golfo Persico e intorno allo Stretto di Hormuz, ma si estende ora al Mar Rosso e al Bab el-Mandeb, uno dei punti di strozzatura più cruciali al mondo per i flussi di petrolio greggio e prodotti raffinati”. Qualora anche le esportazioni da Yanbu venissero interrotte, secondo JP Morgan il greggio saudita dovrebbe essere instradato attraverso l’oleodotto egiziano Suez-Mediterraneo (SUMED) in direzione del Mediterraneo, con ulteriori complicazioni logistiche e di costo.
Guerra Iran, i mercati scommettono sull’escalation
Secondo i mercati, la probabilità di un accordo negoziato a breve termine è considerata residuale, mentre quella di un’escalation militare viene prezzata come scenario centrale. Nonostante le affermazioni di Trump sui colloqui in corso con l’Iran, gli analisti temono una netta escalation delle ostilità militari che, secondo Vandana Hari, fondatrice di Vanda Insights, convergeranno in un segnale rialzista per il petrolio, data l’enorme incertezza sui tempi e sulla natura dell’esito.
Secondo quanto riportato da Reuters, il presidente americano Donald Trump avrebbe affermato che le parti si sono incontrate “direttamente e indirettamente” e che i nuovi leader iraniani si sono dimostrati “molto ragionevoli”, aggiungendo che un accordo potrebbe arrivare “presto” e che gli attacchi contro i vertici della Repubblica islamica equivalgono di fatto a un cambio di regime. Nella stessa giornata, tuttavia, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver avviato attacchi contro le infrastrutture del governo iraniano in tutta Teheran, e migliaia di marine statunitensi hanno raggiunto la regione. L’Iran ha risposto accusando Washington di preparare un assalto terrestre pur cercando di avviare negoziati, e ha dichiarato di essere pronto a rispondere militarmente a un’eventuale invasione di terra.
Il Pakistan come mediatore: colloqui Usa-Iran nei prossimi giorni
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha annunciato domenica, in un discorso televisivo, che Islamabad “ospiterà e faciliterà colloqui significativi tra le due parti”, ovvero Stati Uniti e Iran, con l’obiettivo di raggiungere una soluzione globale e duratura del conflitto in corso. Dar ha precisato che sia l’Iran che gli Stati Uniti hanno espresso fiducia nel Pakistan per facilitare i colloqui, che si terranno nei prossimi giorni. Islamabad è considerata interlocutore credibile da entrambe le parti grazie ai propri rapporti storici con Teheran e alla propria posizione geopolitica.
Secondo quanto riportato da Reuters, le prime discussioni si concentreranno sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, obiettivo dichiarato prioritario da Trump. La riapertura di questa via navigabile strategica, di fatto bloccata dall’Iran dall’inizio della guerra, è diventata un requisito essenziale per alleviare la pressione sui mercati energetici globali. Le speranze di un accordo, però, si scontrano con la posizione del presidente del Parlamento iraniano, che ha definito i negoziati una copertura per un’invasione di terra da parte degli Stati Uniti. L’economia globale attende ora di capire se la finestra diplomatica aperta da Islamabad sarà sufficiente a contenere un conflitto che, giorno dopo giorno, allarga il proprio perimetro.









