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Petrolio: l’Opec+ taglia la produzione, gli effetti della decisione

I membri dell'Opec+ nella photo oppportunity dopo il meeting che ha deciso il taglio della produzione di petrolio

Le pressioni degli Stati Uniti sull’Arabia Saudita non sono riuscite a scongiurare la decisione dell’Opec+ di tagliare la produzione di petrolio di due milioni di barili al giorno. L’obiettivo del cartello dei Paesi produttori, mantenere il prezzo dell’oro nero sopra i 90 dollari, potrebbe costare nuovi incrementi del costo dell’energia, soprattutto per l’Europa. Vediamo la view tratteggiata nell’Idea d’investimento di Vontobel Certificati di questa settimana (Clicca QUI per iscriverti).

 

La scorsa settimana ha visto un deciso rialzo delle quotazioni del petrolio, con il WTI e il Brent che si sono portati rispettivamente sui massimi dal 13 e 15 settembre 2022. Il motivo di questo apprezzamento è da ricercare nell’ultima decisione dell’Opec+, che ha scelto di tagliare l’output di 2 milioni di barili al giorno a partire da novembre. Questa mossa rappresenta la più ampia riduzione della produzione dal 2020 e, come ha evidenziato l’esponente nigeriano del cartello, è stata fatta per mantenere i prezzi dell’oro nero intorno ai 90 dollari al barile. Se i corsi scendessero al di sotto di tale area, finirebbero per danneggiare alcune economie. Oltre a questo, il ministro per l’Energia saudita, il principe Abdulaziz Bin Salman, ha dichiarato che i tagli resteranno in piedi fino alla fine del prossimo anno, a meno che il mercato non cambi.

Per gli esperti di Morgan Stanley, il mercato petrolifero registrerà un ammanco di 1 milione di barili al giorno nel 2023. Tuttavia, diversi esperti mettono in luce come il vero impatto sulla produzione sarà di circa 800mila barili al giorno, in quanto diversi componenti del cartello producono già sotto quota. Questa scelta ha scatenato l’ira degli USA: secondo le indiscrezioni di stampa, i funzionari americani avevano provato a dissuadere il cartello dal tagliare la produzione. La decisione ha portato gli Stati Uniti a prevedere il rilascio di altri 10 milioni di barili dalle riserve strategiche in novembre. Le scorte sono scese di oltre 200 milioni di barili nel 2021. In un recente articolo, il Wall Street Journal ha messo in evidenza che il livello delle scorte è ai minimi dal 1984 e che sarà necessario rinforzarle acquistando oro nero a un prezzo più alto rispetto a quello di vendita, generando quindi una maggiore spinta inflazionistica nel Paese e aumentando le probabilità di una prosecuzione più decisa del rialzo dei tassi da parte della Fed. Gli effetti potrebbero essere di portata più ampia: Brian Deese, direttore del National Economic Council della Casa Bianca, ha dichiarato che non è escluso un divieto alle esportazioni di greggio o altri prodotti raffinati. Oltre a ciò, ad agosto Jennifer Granholm, segretario dell’Energia USA, ha detto alle raffinerie del Paese di costruire inventari domestici piuttosto che esportare più carburante. Gli analisti ritengono che questa scelta potrebbe peggiorare ulteriormente la crisi energetica in Europa, con il Vecchio continente che importa quantità significative di petrolio statunitense.

*Fonte dati: Bloomberg, Wall Street Journal.

 

Azioni ENI, l’analisi tecnica dopo la decisione Opec+ sul petrolio

Le quotazioni di ENI continuano a mostrare segnali di positività dopo il test del supporto orizzontale a 10,53 euro, lasciato in eredità dai massimi del 15 marzo 2021. I corsi si trovano ora all’importante test dell’area degli 11,80 euro, dove passano la resistenza espressa dai top del 22 giugno 2022 e la linea di tendenza ottenuta collegando i massimi dell’8 giugno e 30 agosto 2022. Se tale intorno fosse oltrepassato, si potrebbe osservare un’accelerazione dei compratori verso i successivi ostacoli a 12,50 euro. Viceversa, una flessione sotto i supporti menzionati prima potrebbe innescare una nuova fase discendente verso la soglia psicologica dei 10 euro prima, per poi passare al test del successivo livello di concentrazione di domanda a 9,50 euro.

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