Petrolio: quotazioni torneranno su livelli pre-bellici?

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Il petrolio è tornato a salire negli scambi di oggi, dopo il tonfo di ieri seguito all’accordo per una tregua di due settimane nella guerra tra Usa-Israele e Iran. A parte l’euforia iniziale per la notizia, una valutazione a mente fredda consente di osservare quanto sta accadendo con maggiore lucidità.

Il cessate il fuoco temporaneo è infatti molto fragile e lo Stretto di Hormuz, la cui riapertura è un elemento chiave dell’accordo, risulta ancora in forse, dopo i bombardamenti di  Israele in Libano. I nodi da sciogliere in queste due settimane di fragole tregua sono molti: si va dalla richiesta di un pedaggio per l’attraversamento delle navi nel canale fino alla questione dell’arricchimento dell’uranio. Di conseguenza, è lecito aspettarsi ancora molte turbolenze nei mercati petroliferi, mentre una crisi energetica di proporzioni immani è, al momento, tutt’altro che scongiurata.

 

In questo articolo:

 

  • Petrolio: quando si tornerà ai livelli pre-crisi?
  • Goldman Sachs taglia le stime

 

Petrolio: quando si tornerà ai livelli pre-crisi?

I colloqui diplomatici per dipanare le divergenze tra Stati Uniti e Iran potrebbero protrarsi per diverse settimane. Il punto è capire quando il flusso di petrolio tornerà ai livelli pre-conflitto. Ma, soprattutto, emerge un dubbio: la situazione potrebbe non tornare più come prima.

Washington e Teheran stanno, ad esempio, discutendo sul pagamento di una tariffa per attraversare lo Stretto di Hormuz, con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che pretende la metà dei proventi, mentre le autorità iraniane restano ferme nella posizione di non concedere nulla.

Il problema è che finora non è stato mai pagato alcun pedaggio per transitare nello Stretto. Le conseguenze potrebbero riflettersi sulle quotazioni del greggio, oltre che sui flussi, dal momento che i costi di trasporto aumenterebbero.

Durante il periodo di chiusura dello Stretto, inoltre, gli impianti di produzione dei Paesi del Golfo sono stati danneggiati dai bombardamenti iraniani. Occorre ripararli, con inevitabili ritardi nel riavvio della produzione.

Secondo un report di Intesa Sanpaolo, per ragioni tecniche la produzione di petrolio greggio si riprenderà più rapidamente rispetto a quella dei prodotti raffinati: nel primo caso occorreranno 1 o 2 mesi dalla fine definitiva della guerra per tornare ai livelli pre-bellici, mentre nel secondo serviranno almeno 3-4 mesi. Secondo gli analisti della principale banca italiana, i prezzi spot del greggio non crolleranno, nonostante il cessate il fuoco, proprio a causa dei “bassi livelli di flussi di petrolio”, oltre che “dell’incertezza sull’evoluzione dei rischi geopolitici”.

 

Goldman Sachs taglia le stime

Anche se la situazione resta complessa, Goldman Sachs ha tagliato le proprie previsioni sul greggio per il secondo trimestre dell’anno in corso. La banca d’investimento americana vede ora il Brent a 90 dollari al barile e il West Texas Intermediate a 87 dollari, rispetto a una precedente stima rispettivamente di 99 e 91 dollari. “Data la riduzione del premio di rischio all’inizio della curva e il già avvenuto aumento dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz, abbassiamo la nostra previsione per il secondo trimestre per Brent/Wti”, ha scritto la banca in una nota.

Goldman ha tuttavia mantenuto invariate le stime per il terzo e quarto trimestre. Nel dettaglio, il Brent è previsto a 82 dollari nel terzo trimestre e a 80 nel quarto, mentre il Wti a 77 dollari nel terzo e a 75 nel quarto. L’istituto ha precisato, però, che qualora il cessate il fuoco non regga, esiste il rischio che persistano perdite di produzione dal Medio Oriente per circa 2 milioni di barili al giorno. In tal caso, il Brent potrebbe avvicinarsi a una media di 115 dollari al barile.

Lo scorso mese Goldman Sachs aveva invece alzato le proiezioni sul petrolio, nel pieno della guerra in Iran. La banca prevedeva che il Brent avrebbe raggiunto in media i 110 dollari al barile tra marzo e aprile, in netto aumento rispetto a una precedente stima di 98 dollari. Lo stesso valeva per il Wti, la cui previsione era stata rivista da 98 a 105 dollari. Anche per l’intero anno, Goldman riteneva che le due tipologie di petrolio avrebbero toccato livelli più elevati rispetto alle stime precedenti: 85 dollari contro 77 per il Brent e 79 contro 72 per il Wti. Tuttavia, la revisione al rialzo si basava sull’ipotesi che i flussi di greggio attraverso Hormuz restassero al 5% dei livelli normali per sei settimane, seguiti da un mese di recupero.

Immagine di Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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