Il prezzo del petrolio ha messo il turbo, facendo presagire una crisi energetica che potrebbe generare stagflazione. In questo inizio settimana il Brent è volato fino a 120 dollari al barile, una quota che non vedeva da marzo 2022, quando era da poco scoppiata la guerra Russia-Ucraina. I prezzi poi si sono ritirati grazie alle voci, riportate dal Financial Times, secondo cui oggi i ministri delle Finanze del G7 discuteranno insieme all’ International energy agency un accordo congiunto per liberare le riserve petrolifere di emergenza e contenere il calo dell’offerta dovuto al blocco dello Stretto di Hormuz. Al momento in cui si scrive, il Brent viaggia sui 106 dollari al barile.
In questo articolo:
- Petrolio: l’Arabia Saudita aumenta l’offerta spot
- Le paure del mercato
Petrolio: l’Arabia Saudita aumenta l’offerta spot
Un lieve sostegno all’offerta di petrolio arriva da Saudi Aramco, il gigante petrolifero statale dell’Arabia Saudita ha avviato una serie di gare spot. Secondo quanto riportato da una fonte operativa nel settore, il più grande esportatore di petrolio al mondo ha sostanzialmente messo in vendita 4,6 milioni di barili negli ultimi tre giorni di tre qualità di greggio: Arab Extra Light, Arab Heavy e il suo principale Arab Light. Le gare offrivano il petrolio con un premio rispetto ai prezzi ufficiali di vendita di marzo, fissati un mese fa.
Si tratta di una mossa anomala del gigante saudita, ora coinvolto nella guerra tra Stati Uniti e Iran, con missili iraniani che hanno colpito alcune basi militari nel regno. Infatti, Saudi Aramco normalmente fornisce greggio solo attraverso contratti a lungo termine. La situazione di emergenza, però, induce i Paesi esportatori a utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per compensare gli effetti negativi derivanti dalle interruzioni delle spedizioni che passano da Hormuz. Il peso massimo dell’Opec sta indirizzando quantità senza precedenti, in particolare attraverso un oleodotto verso il porto di Yanbu, sulla costa saudita del Mar Rosso.
Le paure del mercato
Con i prezzi del petrolio alle stelle, gli investitori sono fortemente preoccupati per le ripercussioni che una crisi energetica potrebbe avere sull’economia globale. Oggi le Borse sono in pesante discesa e i future a Wall Street preannunciano una giornata di forte volatilità. Nella serata di ieri, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito che la guerra contro l’Iran era necessaria e ha descritto il rally del petrolio come un “piccolo prezzo da pagare”.
Intanto non si vedono spiragli perché il conflitto possa terminare e le quattro o cinque settimane pronosticate da Trump alcuni giorni fa potrebbero non bastare. A peggiorare la situazione è la nomina di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei, a guida suprema dell’Iran. Il successore dell’ayatollah ucciso durante la prima aggressione statunitense e israeliana ha una posizione altrettanto radicale rispetto a quella del padre. Questo significa che il tentativo americano di portare la democrazia in Iran e avviare un dialogo costruttivo con il governo del Paese potrebbe essere destinato al fallimento.
In tale contesto, e con l’interruzione dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del commercio mondiale di gas e petrolio, la paura che si scateni una violenta crisi energetica, capace di degenerare in stagflazione, si fa sempre più concreta. “In questo momento la paura più grande resta l’interruzione dei flussi attraverso Hormuz”, ha affermato Haris Khurshid di Karobaar Capital. “Le chiusure della produzione contano, ma il mercato teme soprattutto che i barili non riescano a muoversi”.
Anche Warren Patterson, responsabile della strategia sulle materie prime di Ing Groep, pone l’accento sul traffico commerciale attraverso Hormuz. “Abbiamo assistito a un rapido passaggio dalla speranza che si trattasse di una breve interruzione a qualcosa di chiaramente più prolungato”, ha dichiarato. “Finché non vedremo il petrolio tornare a transitare attraverso lo Stretto di Hormuz, i prezzi continueranno a salire”.
Una rassicurazione è arrivata dal segretario all’Energia americano Chris Wright, secondo cui “non manca molto prima che si veda una ripresa più regolare del traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz”, ha detto in un’intervista alla CNN. “Non siamo nemmeno lontani dal traffico normale in questo momento. Ci vorrà un po’ di tempo. Ma, anche nello scenario peggiore, si tratta di qualche settimana, non di mesi”.









