Con la vittoria alla Casa Bianca di Trump, l’energia è tornata al centro della scena. Una delle politiche più sostenute dal presidente USA riguarda proprio l’espansione della produzione energetica americana, con un forte focus sul petrolio. Tra i vari decreti firmati da Trump, non appena entrato in carica a fine gennaio, ne troviamo uno dal nome emblematico “Unleashing American Energy”, ovvero “Liberare l’energia americana”. Tale provvedimento prevede un importante deregolamentazione e liberalizzazione del comparto energetico, con misure favorevoli all’estrazione di fonti fossili e altre volte a limitare o annullare i vincoli ambientali, ma anche gli incentivi fiscali e i sussidi precedentemente introdotti per cercare di stimolare la transizione energetica.
Queste nuove linee guida sembrano essere destinate a segnare una traccia netta del secondo mandato di Trump e senza ombra di dubbio rappresentano un deciso cambio di rotta in materia ambientale rispetto ai precedenti mandati di Biden e prima ancora di Obama, entrambi convintamente impegnati in politiche green. Al contrario, Trump, come già fece nel suo primo mandato, ha firmato un ordine esecutivo per portare gli Stati Uniti nuovamente fuori dal tanto discusso Accordo di Parigi, il trattato internazionale sul cambiamento climatico adottato nel 2015 con l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale.
Secondo Trump, da sempre molto scettico sui cambiamenti climatici, il consenso e le evidenze scientifiche sono da considerare una “bufala”. Per tutti questi motivi, nei prossimi quattro anni di presidenza le società petroliere vedono prospettive favorevoli con meno vincoli ambientali e più trivellazioni. Eppure, i prezzi del petrolio rimangono sotto pressione, schiacciati tra gli aumenti di produzione varati dal cartello dell’Opec+ e un contesto macroeconomico incerto.
Per gli investitori che decidono di prendere una posizione sul petrolio (o su un’altra attività sottostante caratterizzata da una notevole incertezza in merito all’andamento futuro), esiste una soluzione d’investimento che permette di trasformare ogni scenario in un’opportunità. Stiamo parlando dei certificati a capitale protetto con struttura Twin Win.
I Twin Win permettono di ottenere ritorni sia in caso di rialzo che di ribasso del sottostante, ad esempio il petrolio, fino a un valore massimo definito nelle condizioni iniziali, beneficiando a scadenza di una protezione totale del capitale. Questo perché i certificati Twin Win sono caratterizzati dal fatto che la loro performance a scadenza è determinata sulla base dell’andamento, in valore assoluto, di un sottostante entro un range percentuale prestabilito. Ad esempio, l’investitore che acquistasse un certificato Twin Win con sottostante il future sul petrolio WTI, otterrebbe la protezione del capitale a scadenza e una partecipazione alla performance in valore assoluto del WTI nel range, ad esempio,-25% /+25%. Questi valori sono le due barriere che delimitano il range di rendimento rispetto al valore iniziale chiamato strike.
Un prodotto, dunque, bidirezionale, visto che permette di beneficiare sia delle fasi di rialzo che di ribasso, ovviamente nei limiti delle due barriere inferiore e superiore. Se il sottostante sarà salito o sceso a scadenza ad esempio del 15%, il rimborso sarà del 115% del valore nominale (performance in valore assoluto). Ma cosa succede se sale o scende di una performance superiore alle due barriere? La struttura del certificato Twin Win in genere prevede un premio (il cosiddetto rebate), ad esempio dell’11%, che assicura all’investitore comunque un rendimento a scadenza. Quindi se il petrolio sarà salito a scadenza ad esempio del 30%, il rimborso del certificato sarà 100% del valore nominale, più il rebate di 11 dollari se ipotizziamo 100 dollari di valore nominale. Allo stesso modo, nel caso in cui il petrolio dovesse crollare del 30% a scadenza, il rimborso sarebbe del 111%.
Un certificato, come abbiamo visto, dal funzionamento semplice che permette di proteggere il capitale a scadenza e di partecipare alle oscillazioni del sottostante, con un rendimento minimo anche in caso di movimenti estremi. In sostanza, l’unico rammarico per l’investitore si avrebbe solo nel caso in cui il petrolio salisse a scadenza di una performance maggiore della barriera superiore, poiché in tal caso si incasserebbe solo il rebate dell’11% e non tutta l’eventuale performance. Una soluzione ideale per chi cerca un’esposizione strategica al petrolio, senza rinunciare alla sicurezza del capitale protetto a scadenza.
Nel grafico qui sotto è mostrato l’andamento del petrolio su scala settimanale, con evidenziato in blu il prezzo strike (considerato a 70 dollari) e la relativa posizione delle barriere up/down nel caso pratico che abbiamo analizzato (-25% / +25%).

A cura di Giulio Visigalli, Websim by Intermonte SIM, e di Giovanna Zanotti, direttrice scientifica di ACEPI e professore ordinario dell’Università di Bergamo









