La settimana di visite del presidente cinese Xi Jinping in Vietnam, Malesia e Cambogia ha riaperto il dibattito su quali nazioni aderiranno al gruppo dei Brics nel corso del 2025. In piena guerra dei dazi, l’organizzazione intergovernativa dei Paesi emergenti del Sud del mondo ha messo l’espansione del gruppo come primo argomento di discussione all’ordine del giorno nel 17esimo vertice (il secondo summit come Brics+) che si tiene il 7 e 8 luglio a Rio de Janeiro, in Brasile.
Al momento 10 nazioni fanno parte del gruppo: i fondatori Brasile, Russia, India e Cina, il Sudafrica (è con il suo ingresso nel 2010 che si è aggiunta la S al nome), l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l’Etiopia (che ha anche ricevuto il sostegno per entrare nella New Development Bank), l’Iran e l’Indonesia. Maggiore economia del sud-est asiatico e quarta nazione più popolosa al mondo con oltre 280 milioni di abitanti, l’Indonesia è l’ultima new entry in ordine di tempo: il suo ingresso nei Brics+, approvato nel 2023, è stato formalizzato lo scorso gennaio.
In questo articolo:
- Quali nazioni entreranno nei Brics nel 2025
- La strategia in vista del summiti di Rio de Janeiro
Quali nazioni entreranno nei Brics nel 2025
Attualmente ci sono 44 nazioni che hanno espresso interesse ad aderire all’alleanza. Di questi 44 Paesi, 23 hanno presentato formalmente la loro candidatura, mentre 21 hanno espresso un interesse informale all’adesione. A oggi si contano 9 partner (Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malesia, Nigeria, Thailandia, Uganda e Uzbekistan) e 3 nazioni (Algeria, Turchia e Vietnam) invitate a unirsi come osservatori, con l’Algeria che ha però ritirato la domanda di adesione. L’invito rivolto all’Arabia Saudita, mandato nel 2024, è invece in attesa di esito.
Con l’elezione a premier di Javier Milei, l’Argentina si è tirata indietro e ha rifiutato di aderire. Discorso opposto per il Senegal, che con la presidenza di Bassirou Diomaye Faye vuole affrancarsi definitivamente dal legame coloniale con la Francia e avviare un dialogo per l’ingresso nel blocco. Le altre nazioni che hanno fatto richiesta di adesione (ancora sotto esame) sono Azerbaijan, Bangladesh, Malesia, Myanmar, Pakistan, Senegal, Sri Lanka, Turchia e Venezuela. Dal Vietnam filtra ottimismo in seguito alla visita ufficiale di Xi Jinping. Nella dichiarazione congiunta di Pechino e Hanoi pubblicata in seguito ai negoziati e alla firma di 45 documenti di cooperazione bilaterale, il primo ministro Phạm Minh Chính ha sottolineato l’intenzione di proseguire questo partenariato strategico e di sviluppare una partnership con i Brics+.
Il Vietnam è il 44esimo e ultimo Paese in ordine di tempo ad aver chiesto l’ingresso nel gruppo. “Vogliamo rafforzare il coordinamento e la cooperazione nell’ambito di meccanismi multilaterali quali le Nazioni Unite, l’Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec), l’Asia-Europe Meeting (Asem), l’Association of Southeast Asian Nations (Asean), e sostenerci reciprocamente nella candidatura a posizioni nelle organizzazioni internazionali – si legge nel documento diffuso –. Il Vietnam attribuisce grande importanza al ruolo dei Brics nella promozione della solidarietà e della cooperazione tra le economie emergenti, è pronto a discutere la possibilità di diventare un Paese partner ed è disposto a rafforzare la cooperazione con la Shanghai Cooperation Organisation”.
La strategia in vista del summit di Rio de Janeiro
Alle luce delle nuove sanzioni imposte dall’Unione europea e da altri Paesi occidentali, dei dazi indiscriminati dell’amministrazione Trump e dell’incertezza commerciale globale proveniente dalla Casa Bianca, sono soprattutto Cina, Russia e Iran a chiedere l’allargamento dei Brics+ e a spingere per un’accelerazione dell’ambizioso programma di de-dollarizzazione del gruppo. L’ingresso come Paesi membri servirà in particolare per regolare gli scambi commerciali e le transazioni transfrontaliere. Ma stando alle prime indiscrezioni trapelate, Russia e Brasile hanno pareri diversi su come regolare i nuovi strumenti di connessione e massimizzazione delle diverse economie.
Soltanto a chi fa parte del gruppo verrà data la possibilità di sfruttare l’ecosistema di pagamenti su blockchain Brics Pay e la piattaforma decentralizzata per i pagamenti transfrontalieri Brics Bridge: la proposta arriva dal Brasile ed è stata confermata da Sergej Lavrov. “Ci sono diverse altre iniziative attualmente in fase di valutazione. Una di queste è la proposta del Brasile di creare una piattaforma di pagamento alternativa, e ci sono lavori in corso in tal senso. Sono fiducioso che i Paesi, anche quelli al di fuori dei Brics, avranno accesso a tali meccanismi una volta creati”, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo.
“Esiste l’opportunità di creare piattaforme di pagamento indipendenti da influenze esterne. Un esempio è il sistema di messaggistica finanziaria della Banca di Russia”, ha aggiunto Lavrov, suggerendo quindi il modello Spfs (il sistema per le transazioni sviluppato dalla Banca centrale russa ed equivalente allo Swift) e il lancio di un nuovo circuito, sempre indipendente da dollaro statunitense, euro e sterlina. Al momento, senza nuovi ingressi nel blocco, le economie dei Brics+ rappresentano più di 30 trilioni di dollari, pari al 30% del Pil mondiale.
La Cina, per la quale Trump ha annunciato tariffe del 145%, continua a guidare l’espansione del gruppo e a ricordare all’Asia e al resto del mondo che c’è un’alternativa agli Stati Uniti. In una recente conferenza stampa a Pechino, Guo Jiakun, il portavoce del ministro degli Esteri Wang Yi, ha ribadito che “oggi più che mai la comunità internazionale ha bisogno di una cooperazione sincera tra Stati per salvaguardare la pace e la stabilità” e che la Cina “auspica di unire le forze con i partner Brics per contribuire con un’azione incisiva, stabile e costruttiva al mantenimento della pace globale e al miglioramento della governance internazionale della sicurezza”.









