Rame: cosa muove i prezzi della stella rossa delle materie prime

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Da metallo industriale strettamente legato al ciclo economico a protagonista silenzioso della transizione energetica globale. Il rame si sta affermando come risorsa strategica nell’economia del futuro, al centro di tendenze strutturali come la sostenibilità, l’elettrificazione e la decarbonizzazione. L’espansione dell’industria verde, l’adozione massiva di veicoli elettrici e lo sviluppo di reti elettriche intelligenti stanno trasformando la domanda globale di rame, rendendola meno ciclica e sempre più strutturale. Che cosa muove i prezzi del metallo rosso e che previsioni si possono fare per i prossimi anni? Benjamin Louvet, responsabile Commodities di Ofi Invest AM, spiega quali determinanti influenzano ora e influenzeranno in futuro la domanda e l’offerta di questa materia prima.

 

In questo articolo:

 

  • Il nuovo paradigma: dalla Cina alla trasizione elettrica globale
  • C’è abbastanza rame?
  • I limiti strutturali della produzione mineraria
  • Prezzi del rame, riciclo e inefficiente di mercato

 

Il nuovo paradigma: dalla Cina alla transizione elettrica globale

La centralità del rame nell’economia globale si riflette con chiarezza nella dinamica osservata in Cina, primo consumatore mondiale. Tra pandemia e crisi del settore immobiliare, nel periodo post-2020 Pechino ha visto crollare del 10% la domanda tradizionale del metallo rosso, da sempre legata a costruzioni e infrastrutture. Eppure questa flessione non ha prodotto un calo netto: le tecnologie green, in particolare impianti fotovoltaici, pale eoliche e veicoli elettrici, hanno più che compensato la flessione del comparto immobiliare. Il risultato? Una crescita netta della domanda del 4% annuo.

Questo cambio di paradigma è destinato a rafforzarsi. “È stato previsto – spiega Louvet – che la metà di questa crescita sarà guidata dall’espansione della rete elettrica, che porterà a un aumento della domanda di rame che genererebbe l’ingresso sul mercato di nuovo player grande quanto gli Stati Uniti”. L’era del rame come componente infrastrutturale marginale è finita: oggi è materia prima essenziale per il funzionamento stesso delle economie in via di decarbonizzazione.

 

C’è abbastanza rame?

“Esiste rame a sufficienza per sostenere questa domanda crescente?” si domanda Louvet, che poi cita i dati dello US Geological Survey, secondo cui le riserve globali identificate nel 2023 ammontano a circa 1.000 milioni di tonnellate. Se si considerano anche le risorse potenziali, si possono aggiungere ulteriori 2.100 milioni di tonnellate già note e ben 3.500 milioni ancora da scoprire ufficialmente.

Sulla carta, dunque, le risorse non mancano. Tuttavia, la vera sfida è l’accessibilità: “Una gran parte dei giacimenti immediatamente disponibili saranno sfruttati per realizzare la transizione energetica, la quale si basa su tecnologie molto copper intensive – riprende lo specialista di Ofi Invest AM. Secondo l’Institut Français du Pétrole et des Énergies Nouvelles (IFP-IN), questo comporta che, anche se si dovesse raggiungere un tasso di riciclo del 40%, il 90% delle risorse sarà consumato entro il 2050. Ciò significa che, a meno di significative rivoluzioni nel processo estrattivo, i prezzi del rame non potrà fare altro che aumentare negli anni a venire”.

 

I limiti strutturali della produzione mineraria

Se la domanda di rame è destinata a salire, è sul fronte dell’offerta che si concentrano le principali criticità. L’industria estrattiva è intrinsecamente rigida. “Per aprire nuove attività estrattive bisogna completare un processo articolato in quattro fasi e che richiede dai 15 ai 20 anni per essere concluso al 100% e permettere alla nuova miniera di operare” sottolinea Louvet.

A ciò si aggiunge l’esaurimento progressivo dei giacimenti più ricchi: nel 1900 “il contenuto medio di rame nelle miniere era pari al 2%, oggi è sceso allo 0,7%, e si prevede scenderà fino allo 0,5% entro il 2030”. La conseguenza? Una flessione produttiva che potrebbe portare, secondo le stime, a un calo del 15% nella produzione globale entro il 2035, completa lo specialista in commodity.

Non è solo una questione tecnica o geologica. La produzione di rame è soggetta a forti pressioni geopolitiche e ambientali. “Molto spesso – riprende Louvet – i nuovi depositi vengono scoperti in aree del mondo piuttosto instabili in termini politici, in cui le leggi e le pretese dei governi sui profitti realizzati dalle compagnie minerarie possono cambiare molto velocemente, tanto che in alcuni casi possono pure decidere di nazionalizzarle”. A ciò si aggiungono le pressioni da parte di Ong e comunità locali, sempre più attente all’impatto ambientale delle attività estrattive. Il caso della miniera Cobre Panama, che nel 2023 produceva da sola l’1,5% della fornitura globale e che è stata chiusa per via di proteste ambientali, è emblematico.

Sul fronte dei costi, il quadro è altrettanto critico. Aumenti delle imposte, multe ambientali e l’impennata del costo dell’energia – +33% negli ultimi cinque anni – hanno reso l’attività mineraria sempre meno attrattiva per gli investitori. Una minore propensione all’investimento, però, rischia di cristallizzare il deficit di offerta e spingere ulteriormente i prezzi del rame.

 

Prezzi del rame, riciclo e inefficienze di mercato

Una possibile via d’uscita dal crescente squilibrio tra domanda e offerta di rame sarebbe il riciclo. Tuttavia Louvet spiega che nonostante la natura riciclabile del metallo, “i tassi reali di riciclo sono ancora molto bassi: tra il 10% e il 25% del rame rientra in nuovi processi produttivi”.

Le cause sono molteplici: in primis, la difficoltà nel recuperare il metallo dai beni di consumo; in secondo luogo, la lunga durata degli asset in cui è incorporato, come case e infrastrutture, che impedisce un ritorno rapido del materiale nel ciclo produttivo. Di conseguenza, anche in uno scenario di economia circolare efficiente, il riciclo non potrà coprire da solo il fabbisogno crescente.

Ci si aspetterebbe, a questo punto, un’esplosione dei prezzi del rame. Eppure, i mercati delle materie prime seguono logiche differenti rispetto agli asset finanziari tradizionali. I prezzi dei metalli riflettono in larga parte l’equilibrio istantaneo tra domanda e offerta, piuttosto che proiettare valutazioni future. Il rame viene scambiato su mercati fisici, dove produttori e consumatori si coprono tramite contratti a breve termine. Gli squilibri di lungo termine, quindi, non si riflettono facilmente nelle quotazioni a pronti, rendendo meno immediato l’aggiustamento dei prezzi.

Nonostante questo, quando l’offerta non riesce più a soddisfare la domanda, l’unico meccanismo correttivo resta l’aumento del prezzo, che dovrebbe incentivare investimenti in nuove miniere. “Una volta instaurato uno squilibrio, l’inerzia intrinseca al ciclo produttivo minerario può determinarne il consolidamento. Il modo migliore per correggere questo squilibrio è un aggiustamento dei prezzi, che incoraggia o scoraggia la produzione. In caso di carenza di offerta e forte domanda, i prezzi del rame dovrebbero aumentare sufficientemente da incentivare una maggiore produzione mineraria” conclude.

Immagine di Alessandro Piu

Alessandro Piu

Direttore responsabile di Borsa&Finanza da gennaio 2025, è entrato a far parte della redazione nel giugno 2022. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004.

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