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Salario: per 8 italiani su 10 il potere d’acquisto è diminuito

Una mano tiene un ventaglio fatto da euro in banconote

Il 31 luglio 1992 il Governo guidato da Giuliano Amato, d’accordo con le parti sociali, fermò definitivamente il meccanismo della scala mobile che adeguava il salario all’inflazione. Il dibattito iniziò ben prima con un taglio del meccanismo effettuato nel 1984 da un governo presieduto da Bettino Craxi e un referendum abrogativo perso dalla sinistra nel 1985. La scala mobile era accusata di fomentare l’aumento dei prezzi e di ridurre i profitti delle imprese. Da allora gli stipendi sono diminuiti in Italia del 2,9%.

Il dato emerge da una ricerca effettuata dalla fondazione Openpolis su dati Ocse e ha messo a confronto il salario medio nel 1990 con quelli nel 2020 nei paesi appartenenti all’Unione europea. Da questa speciale classifica arriva un’altra cattiva notizia. L’Italia è l’unico paese in cui gli stipendi sono diminuiti. Il confronto è stato effettuato utilizzando i salari espressi in dollari a prezzi costanti e parità di potere d’acquisto. Prendendo in considerazione i diretti concorrenti dell’economia italiana i dati di Openpolis evidenziano le seguenti variazioni:

 

  1. Germania: +33,7%
  2. Francia: +31,1%
  3. Spagna: +6,2%.

 

Il salario è cresciuto solo per il 12% degli italiani

La scala mobile non tornerà, colpevole o meno che fosse dell’aumento dell’inflazione. Il mercato del lavoro di oggi è troppo diverso da quello di 30 anni fa e gli stessi lavoratori guardano anche ad altri aspetti della posizione lavorativa quando scelgono per chi lavorare.

Lo stipendio mantiene tuttavia il primo posto nelle scelte. Ancora di più con l’incremento dei prezzi al consumo registratosi negli ultimi due anni. La quota maggiore degli interpellati nello studio Global Workforce of the Future di Adecco (45%) vorrebbe cambiare lavoro per avere un aumento di stipendio e benefit mentre ben 6 interpellati su 10 reputano lo stipendio attuale insufficiente per fare fronte ai rincari dell’inflazione.

Tra gli i lavoratori italiani questa convinzione è ancora maggiore. Solo il 12% ha risposto di aver registrato un aumento del proprio stipendio. Nel 47% dei casi è rimasto uguale, subendo quindi la riduzione di potere d’acquisto dell’inflazione, mentre il 35% dei rispondenti ha dichiarato di aver visto il proprio salario diminuire. I dati Istat gli danno ragione. Nonostante le retribuzioni siano cresciute dal 3,1% a giugno 2023 rispetto all’anno prima, il ritmo di crescita dell’inflazione è stato più che doppio: 6,4%.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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