Shock energetico e corsa al dollaro, il rischio cambio torna a pesare sui portafogli

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Quando il petrolio corre e il dollaro torna a fare il bene rifugio, il mercato tende a leggere tutto in chiave di emergenza. Ma secondo Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management lo sguardo andrebbe direzionato dal riflesso immediato alla struttura del quadro macro: l’escalation tra Stati Uniti e Iran ha riportato il Brent sopra i 116 dollari al barile e sostenuto nel breve il biglietto verde, ma la banca svizzera avverte che la forza del dollaro potrebbe attenuarsi con il passare dei mesi, mentre per l’euro restano aperti spazi di recupero sostenuti dal miglioramento del ciclo europeo e dalla spinta fiscale tedesca.

 

In questo articolo:

 

  • Il dollaro si rafforza con le tensioni, ma il quadro resta fragile
  • Per l’euro pesano crescita, Germania e differenziale energetico
  • Il rischio cambio torna a pesare sui portafogli

 

Il dollaro si rafforza con le tensioni, ma il quadro resta fragile

Nel breve termine il quadro continua a offrire sostegno al dollaro. Le tensioni in Medio Oriente, le interruzioni dell’offerta energetica e l’attesa per i dati sull’inflazione americana mantengono elevata la domanda per la valuta Usa. Ma Mark Haefele distingue tra la forza tattica del momento e le fragilità più strutturali che restano sullo sfondo. Nonostante i dazi introdotti da Donald Trump abbiano contribuito a ridurre il deficit commerciale con alcuni partner, il disavanzo complessivo degli Stati Uniti nel 2025 si è contratto appena dello 0,2%, mentre il deficit fiscale resta ampio e continua a rappresentare un fattore di pressione di lungo periodo sul biglietto verde.

In questo contesto, il Dxy (l’indice del dollaro Usa) ha aperto la settimana in rialzo dello 0,5%, dopo avere già guadagnato l’1,4% nella precedente, e un ulteriore aumento dei prezzi energetici potrebbe spingere temporaneamente l’euro-dollaro di nuovo nell’area 1,10-1,12. Allo stesso tempo, però, non viene ipotizzato un ritorno pieno allo scenario del 2022, quando il cambio era sceso sotto la parità.

Il punto, piuttosto, è un altro: per gli investitori il vero tema non è inseguire il rafforzamento del dollaro, ma misurare quanto la volatilità valutaria possa incidere sugli obiettivi di portafoglio. A rafforzare questa cautela c’è anche il fatto che gli investitori globali mostrano una disponibilità limitata ad aumentare ulteriormente l’esposizione al dollaro, già elevata, in un contesto ancora segnato da incertezza politica e di policy. Sullo sfondo restano inoltre attese di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve più avanti nell’anno, anche nel quadro della transizione verso una nuova leadership della banca centrale, un passaggio che potrebbe riportare pressione sulla valuta americana con l’avanzare del 2026.

 

Per l’euro pesano crescita, Germania e differenziale energetico

La moneta unica viene letta dentro un quadro che, pur restando esposto agli shock sull’energia, mostra segnali di rafforzamento ciclico. Ubs Wm indica segnali di miglioramento per l’economia europea e richiama in particolare l’HCOB Eurozone Manufacturing PMI di febbraio, salito a 50,8, livello che segna il miglioramento più forte delle condizioni operative dall’estate del 2022. A rafforzare questa impostazione si aggiunge la spinta fiscale tedesca, che UBS considera un ulteriore sostegno per la crescita dell’area euro.

Su questa base, il target resta quello di un euro in rafforzamento verso quota 1,20 contro il dollaro. Ma il percorso non viene descritto come lineare. Mark Haefele avverte infatti che, finché il petrolio resterà sotto pressione e il conflitto continuerà ad alimentare tensione sui mercati energetici, il cambio resterà esposto a forti oscillazioni. Il Brent è balzato oltre il 25% a 116,5 dollari al barile, sui massimi dal 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, il calo delle spedizioni disponibili e i tagli di produzione di Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq stanno alimentando timori di scarsità e possibili fenomeni di accaparramento.

 

Tabella di sintesi dei mercati al 6 marzo 2026. Fonte: Bloomberg, Factset, Ubs

Il rischio cambio torna a pesare sui portafogli

Il passaggio centrale riguarda, quindi, la gestione del rischio. In momenti di forte oscillazione, gli investitori devono imparare a gestire le allocazioni valutarie per evitare che oscillazioni anche molto ampie compromettano i risultati finanziari, anche attraverso strumenti di copertura. Per questo viene indicata la necessità di gestire in modo più attento le allocazioni in valuta e di valutare anche strumenti di copertura. Il richiamo è supportato dal Global Investment Returns Yearbook, secondo cui dal 1900 al 2025 il rischio cambio ha aggiunto in media circa sei punti percentuali al rischio totale di portafoglio. Nello stesso scenario si inseriscono anche i dati sul lavoro statunitense di febbraio, con nonfarm payrolls in calo di 92 mila unità e disoccupazione al 4,4%, elementi che mantengono alta la sensibilità dei mercati alle prossime mosse della Fed.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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