Tassi d'interesse: il 20% delle aziende europee e britanniche in zona pericolo - Borsa e Finanza

Tassi d’interesse: il 20% delle aziende europee e britanniche in zona pericolo

Tassi d'interesse: il 20% delle aziende europee e britanniche in zona pericolo

Il cambiamento della politica monetaria da parte della BCE e della BoE sui tassi d’interesse determinerà un passaggio di denaro dagli azionisti ai creditori. Durante la crisi pandemica, la quantità enorme di denaro che è stata iniettata nell’economia dalle Banche centrali ha rilanciato le aziende e gli utili. Questo ha significato che le azioni in Borsa sono cresciute e gli azionisti ne hanno tratto beneficio. L’aumento dei tassi d’interesse viceversa renderà più oneroso il debito delle società, che diventeranno meno attraenti. Ciò implica che i titoli in Borsa diminuiranno di valore penalizzando gli azionisti. Nello stesso tempo verranno avvantaggiati i creditori che percepiscono tassi più alti dal denaro concesso in prestito.

Il problema di fondo è che il numero delle aziende europee e britanniche che finirebbe in zona pericolo crescerebbe sensibilmente. Attualmente, il 6% delle grandi imprese non finanziarie delle due Regioni non riesce a coprire i costi per gli interessi. Se questi dovessero aumentare della metà rispetto al livello attuale, la quota salirebbe al 10%, mentre se i tassi d’interesse dovessero raddoppiare, il totale delle imprese in alert zone arriverebbe al 16%. Lo scenario peggiore sarebbe quello in cui ci dovesse essere una recessione, con gli utili in picchiata del 25%: a quel punto le società che rischiano di capitolare corrispondono al 20% del totale. Tra i grandi nomi, quelli più a rischio potrebbero essere blue-chip come BT, Orange e Anheuser Busch. Mentre quelli più garantiti sarebbero in genere le società di consegne cibo, grazie alla detenzione di buoni livelli di liquidità, e i gruppi di telecomunicazioni, che hanno flussi di cassa stabili.

 

Banche centrali: il pericolo dell’austerità

Le Banche centrali stanno cercando di combattere l’inflazione per evitare che colpisca l’economia in maniera esiziale. Tuttavia, gli strumenti adoperati comporteranno grossi sacrifici, perché un costo del denaro più alto mette a repentaglio la capacità di finanziamento delle aziende. La conseguenza potrebbe essere una stagflazione, ossia un fenomeno in cui convivono prezzi alti e una riduzione della crescita o addirittura recessione. Per questo sia la BCE che la BoE stanno irrigidendo la loro politica monetaria, ma avendo un occhio di riguardo anche all’impatto sull’economia.

L’Eurotower ha convocato in settimana una riunione d’urgenza per affrontare il problema del debito sovrano, creando uno scudo anti-spread per impedire sul nascere momenti drammatici di tensione come quelli vissuti nel 2011. Francoforte si accinge ad aumentare i tassi nelle prossime riunioni di luglio e settembre rispettivamente di 25 e 50 punti base. Questo almeno è scaturito dall’ultimo incontro della Banca Centrale Europea di giovedì della scorsa settimana. Da allora però i titoli di Stato più esposti, come quelli italiani, hanno cominciato a essere venduti massicciamente, il che ha acceso un campanello di allarme all’interno del Consiglio Direttivo.

Quanto alla BoE, l’istituto monetario ha aumentato i tassi per la quinta volta consecutiva, portando il costo del denaro all’1,25%. Tuttavia, il messaggio lanciato dalla Banca ha mostrato qualche segnale di accomodamento rispetto al recente passato. Le preoccupazioni sono rivolte all’economia e all’occupazione, passando attraverso il danno che potrebbero subire le imprese da un atteggiamento eccessivamente aggressivo. In definitiva, le Banche centrali sono consapevoli che la lotta all’inflazione sia diventata la priorità assoluta, ma anche che, come dimostrano i dati sopra, non bisogna scherzare col fuoco.

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