Non solo intrattenimento: TikTok punta ora a entrare nel portafoglio dei suoi utenti e diventare una fintech. Secondo alcune fonti sentite da Reuters, ByteDance avrebbe presentato domanda alla Banca centrale brasiliana per ottenere una doppia licenza finanziaria, per pagamenti e credito diretto, in un mercato dove la piattaforma conta già 131 milioni di utenti adulti e raggiunge l’80% della popolazione. Una mossa che si inserisce in un fenomeno ormai strutturale: da X a Meta, da WeChat a Grab, i principali operatori social inseguono da anni i servizi finanziari come nuova frontiera di monetizzazione, trasformando la base utenti in una rete di distribuzione bancaria a costo marginale quasi nullo.
In questo articolo:
- TikTok, da app di intrattenimento a fintech
- Da X a Meta, i social media vogliono diventare “banche”
- Shadow banking, i rischi nascosti del credito digitale
TikTok, da app di intrattenimento a fintech
Immaginate di scorrere il feed di TikTok, fermarvi su un paio di scarpe, acquistarle con un clic e se il saldo non basta, finanziarle con un prestito erogato dalla stessa app, senza mai uscire dalla piattaforma. Uno scenario quasi “blackmirroriano”, ma che riproduce esattamente il modello fintech che la casa madre cinese di TikTok starebbe cercando di replicare in Brasile. Le due domande presentate a Brasilia disegnano con precisione la strategia di ByteDance. La prima riguarda la qualifica diemittente di moneta elettronica: TikTok potrebbe offrire conti prepagati agli utenti per ricevere pagamenti, detenere saldi e fare transazioni senza uscire dall’app. La seconda è più ambiziosa: la qualifica di società di credito diretto (SCD), una categoria regolamentata che non può raccogliere depositi dal pubblico ma può erogare prestiti con capitale proprio oppure operare come marketplace che connette debitori e prestatori.
In realtà, non si tratterebbe di una novità assoluta per ByteDance. Nel 2021 la società aveva già lanciato Douyin Pay in Cina a supporto dell’e-commerce sulla versione domestica di TikTok, sfidando colossi già affermati come Alipay e WeChat Pay. Nel 2023 aveva tentato di ottenere una licenza per i pagamenti in Indonesia, dove però le era stato poi impedito di elaborare transazioni direttamente sulla piattaforma, spingendola verso partnership locali. Il Brasile rappresenta quindi un terzo tentativo, più strutturato, dove l’obiettivo non riguarda solo il settore dei pagamenti ma anche quelli del credito. La scelta del paese non è casuale: con 131 milioni di utenti adulti e una penetrazione pubblicitaria che raggiunge l’80% degli adulti, il Brasile è il mercato dove l’investimento regolatorio ha le migliori chance di ammortizzarsi rapidamente. Al momento, vista la mancata risposta di commento da entrambe le parti, non è ancora chiaro se l’azienda intenda offrire una gamma di servizi finanziari autonomi o semplicemente supportare l’e-commerce e la monetizzazione della sua piattaforma.
Da X a Meta, i social media vogliono diventare “banche”
Chi controlla l’attenzione quotidiana degli utenti può controllarne anche il portafoglio. TikTok però, non è la sola a sposare questo principio. La corsa dei social media verso i servizi finanziari è diventata uno dei fenomeni strutturali più rilevanti dell’industria tech degli ultimi tre anni. Il modello di riferimento rimane WeChat, la super app cinese di Tencent che ha integrato messaggistica, pagamenti, e-commerce e credito al consumo in un ecosistema da oltre 1,3 miliardi di utenti mensili, rendendo di fatto obsoleta la distinzione tra piattaforma sociale e istituto finanziario.
Negli Stati Uniti, Elon Musk ha lanciato in beta X Money, il servizio di pagamento integrato in X (ex Twitter), con un conto digitale collegato a una carta Visa, rendimenti sul saldo superiori al 6% annuo e trasferimenti peer-to-peer istantanei. L’obiettivo dichiarato è trasformare X nel “più grande istituto finanziario al mondo”. Secondo il patron di X, l‘accesso anticipato al pubblico dovrebbe avvenire nel mese di aprile. Meta, dal canto suo, punta a portare pagamenti in stablecoin su WhatsApp, Facebook e Instagram entro fine 2026, con un investimento programmato di 2,5 miliardi di dollari. Nel Sud-Est Asiatico, Grab ha visto i suoi ricavi fintech crescere del 27% su base annua nel primo trimestre 2025, investendo massicciamente in microcredito digitale, gestione patrimoniale e assicurazioni, con un’intera banca digitale in joint venture con Singtel a Singapore.
Il pattern è sempre lo stesso: si parte da un servizio core, si costruisce una base utenti di massa, poi si monetizza attraverso i servizi finanziari, che offrono margini incomparabili rispetto alla sola pubblicità. Confrontando la traiettoria di crescita di aziende come Alibaba, Kakao e Grab, l’espansione finanziaria è un passo quasi inevitabile per ByteDance, visti i suoi 1,1 miliardi di utenti attivi mensili.
Shadow banking, i rischi nascosti del credito digitale
C’è però un lato oscuro in questa corsa. Il credito erogato da piattaforme tecnologiche non bancarie si muove storicamente ai margini del sistema regolamentato, sollevando preoccupazioni crescenti tra le autorità di vigilanza globali. I prestatori fintech non bancari utilizzano algoritmi proprietari alimentati da dati non tradizionali (comportamenti di navigazione, cronologia degli acquisti, interazioni social) per valutare il merito creditizio dei debitori, un approccio che può ampliare l’accesso al credito ma che sfugge ai controlli di trasparenza imposti alle banche tradizionali. Secondo il rapporto annuale del Financial Stability Board pubblicato a dicembre 2025, le istituzioni finanziarie non bancarie detengono oggi il 51% degli asset finanziari globali, pari a 256,8 trilioni di dollari, e sono cresciute nel 2024 al doppio del ritmo del sistema bancario tradizionale (9,4% contro 4,7%). La sottocategoria di intermediari che pone rischi sistemici più diretti è cresciuta ancora più velocemente, del 12,7%, raggiungendo 76,3 trilioni di dollari, con i mercati emergenti in testa. Il problema centrale non è la dimensione, ma l’invisibilità. Lo stesso FSB ammette “gravi lacune” nei dati sul credito privato: le otto giurisdizioni monitorate hanno dichiarato appena 0,5 trilioni di dollari di attività, una cifra che l’istituto definisce molto inferiore alle stime calcolate con dati commerciali. In altre parole, la parte più rischiosa del sistema cresce più veloce di quanto i regolatori riescano a misurare.
Tuttavia, il caso di ByteDance presenta delle importanti differenze. TikTok starebbe chiedendo una licenza regolata alla banca centrale e se ottenuta, opererà come società di credito diretto sotto vigilanza formale, con obblighi di trasparenza e requisiti di capitale. È un paradosso interessante, dato che una piattaforma cinese spesso nel mirino delle democrazie occidentali per ragioni di opacità si sta sottoponendo volontariamente a uno dei regimi di supervisione finanziaria più strutturati dell’America Latina. Il che suggerisce che la posta in gioco, 131 milioni di potenziali clienti finanziari, vale bene il costo della trasparenza.









