Fino a pochi anni era impensabile che i titoli di Stato di Italia, Spagna e Grecia sarebbero stati i preferiti dagli operatori di mercato in Europa. Dopo la crisi del debito sovrano del 2011, gli investitori sono scappati dalle obbligazioni dei PIIGS, di cui facevano parte i tre Paesi citati, a causa della loro elevata esposizione debitoria. In particolare, la Grecia ha dovuto ricorrere a una ristrutturazione del debito, accettando per anni lo stretto controllo della Troika (ex istituzione come composta da Unione europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca centrale europea). Oggi è tutto cambiato. Da spendaccioni incorreggibili, le tre nazioni dell’area mediterranea dell’Europa sono diventate un modello di prudenza fiscale, dimostrando di aver appreso la lezione dell’austerità forzata.
Il percorso è stato l’esatto opposto di quello seguito dalla Germania, la locomotiva dell’economia del Vecchio Continente che per oltre un decennio si è battuta strenuamente affinché la regione seguisse un paradigma di rigore nei conti pubblici. Quest’anno Berlino ha attuato una riforma costituzionale storica, eliminando la norma che prevedeva l’autolimitazione del deficit. In questo modo, il governo può liberare risorse per un piano da 1.000 miliardi di euro di spesa nella difesa e nelle infrastrutture del Paese. Tutto ciò significa che il bilancio tedesco subirà uno scossone, che tuttavia può anche permettersi visto che la principale economia europea è sempre stata in ordine con i conti pubblici.
Titoli di Stato: cosa aspettarsi ora in Europa?
In termini numerici, la situazione attuale dei titoli di Stato in Europa è la seguente. I BTP italiani a 10 anni hanno ridotto lo spread al di sotto di un punto percentuale rispetto agli equivalenti Bund tedeschi. Il divario era stato del 5,7% nel momento più critico della crisi del 2011, che portò l’allora presidente del Consiglio, il compianto Silvio Berlusconi, alle dimissioni da Palazzo Chigi. I costi di finanziamento della Spagna per i Bonos decennali sono scivolati addirittura al di sotto di quelli degli Oat francesi, mentre le obbligazioni greche si trovano solo a tre punti base in più in confronto alle colleghe transalpine. “Tutto il quadro per le periferiche è più favorevole”, ha detto Patrick Barbe, senior portfolio manager di Neuberger Berman. “Hanno superato le loro aspettative fiscali e di deficit e hanno beneficiato di una crescita più elevata rispetto a molte nazioni centrali”.
Il punto è ora capire fino a dove potrà spingersi la tendenza positiva degli ex PIIGS. Neuberger Berman ha acquistato BTP durante il periodo turbolento del mese di aprile e ora punta a un restringimento ulteriore dello spread nei confronti dei Bund a 0,8 punti percentuali entro fine anno. “Onestamente non ci aspettavamo ancora questa convergenza”, ha detto Barbe. “I BTP non sorprendono i mercati da tempo”. Gli strategist di Barclays si spingono oltre e mirano a un divario di 0,7 punti percentuali nei prossimi sei mesi.
Un supporto ai titoli di Stato italiani e greci è arrivato anche dalle agenzie di rating, che quest’anno hanno promosso di un gradino i due Paesi nelle loro valutazioni sul merito creditizio. Ora l’Italia è classificata a BBB+ da S&P Global Ratings, ossia a tre tacche sopra il livello definito “spazzatura”, mentre la Grecia è considerata a BBB. Le due nazioni però sono gli Stati con il più alto debito del continente e questo potrebbe essere un rischio alla luce del fatto che le operazioni di indebitamento della Germania potrebbero spingere i tassi di riferimento verso l’alto.









