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Transizione energetica: ecco il fondo private che aiuta le pmi

Un operaio alle prese con una saldatura

Per centrare gli obiettivi di transizione energetica che l’Europa si è posta, tra i quali la riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, intervenire solo sul fronte delle energie rinnovabili e delle nuove tecnologie come l’auto elettrica non è sufficiente. Ciò che bisogna fare è agire sull’economia più tradizionale, portare la miriade di imprese piccole e medie a trasformare il proprio modello produttivo. Già, ma come? Per una pmi cambiare modello produttivo implica mettere in campo investimenti proibitivi, senza contare che per molti imprenditori è difficile persino comprendere da dove iniziare.

Per rispondere a questa necessità e per fornire allo stesso tempo un’opportunità di investimento “green” che sia alternativa agli investimenti ESG più classici, il private equity Argos Wityu ha lanciato il fondo Argos Climate Action, classificato articolo 9 nella normativa Sfdr. Il fondo agisce in una logica “grey to green” e punta a raccogliere alcune centinaia di milioni di euro per investirli in pmi tradizionali di Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Svizzera e Italia, guidandole nella transizione e puntando alla leadership ambientale. Oltre a un tasso interno di rendimento (IRR) del 20%, il fondo si pone un obiettivo quantitativo anche in termini ambientali, ovvero ridurre del 7,5% le emissioni di CO2 del proprio portafoglio di investimento (superiore a quanto richiesto dall’Accordo di Parigi, secondo il quale la riduzione deve essere di almeno il 7%).

 

Private equity, agente della transizione energetica

Per Jean-Pierre Di Benedetto, managing partner di Argos Wityu, il private equity ha sempre giocato un ruolo fondamentale nel cambiamento delle imprese grazie al rapporto diretto che riesce a creare: “Oggi il private equity è cresciuto enormemente – ha spiegato Di Benedetto a Borsa&Finanza – e il suo track record è fatto di rendimenti superiori con una volatilità minore su base pluridecennale rispetto ai mercati pubblici. Inoltre è un azionista che fa crescere le aziende nelle quali investe e l’economia nel suo complesso”.

L’obiettivo è di replicare questa capacità di essere agente del cambiamento anche sul fronte della transizione energetica. Proprio per questo il fondo si occuperà dell’economia più tradizionale. Spiega Di Benedetto: “L’Europa si è data degli obiettivi di sostenibilità ambientale impossibili da raggiungere solo con l’utilizzo delle tecnologie green. È necessario cambiare l’esistente, far sì che i comportamenti attuali, sia del consumatore che del mondo economico produttivo cambino”.
Scegliere di cambiare l’esistente secondo il manager di Argos Wityu ha un duplice vantaggio: oltre che la possibilità di ridurre le emissioni di CO2 in quella parte dell’economia che più ne crea, il fondo andrà a investire in un ambito che è stato finora meno gettonato dagli investitori main stream. Il grosso degli investimenti del mondo dell’asset management in ambito di sostenibilità sta andando verso le tecnologie green mentre ben poca parte di questo denaro viene destinato alla trasformazione delle imprese esistenti.

 

Un obiettivo quantitativo di riduzione della CO2

Un altro elemento di distinzione del fondo di private equity Argos Climate Action è l’avere un obiettivo quantitativo e misurabile di riduzione delle emissioni di CO2. “Il nostro fondo ha come missione di ridurre le emissioni di anidride carbonica nel portafoglio di partecipazioni del 7,5% all’anno. Se tutta l’economia ottenesse un risultato simile, gli obiettivi che l’Europa si è posta verrebbero sicuramente raggiunti”. Si tratta di un obiettivo relativo, legato all’andamento delle imprese in cui il fondo investe. Per esempio, un raddoppio di fatturato a parità di livello di emissioni, corrisponderebbe a una riduzione del 50% della CO2. In caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo, Argos Wityu ridurrà la propria performance fee fino a un quarto del totale, investendo questa parte di commissione in carbon credit per compensare la parte di obiettivo non raggiunta. “Ovviamente – precisa Di Benedetto – la performance fee viene pagata dai clienti solo se il fondo riesce a offrire un rendimento annuale composto minimo dell’8%”.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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