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Uranio: ecco perché gli USA non mettono l’embargo

Uranio: ecco perché gli USA non mettono l'embargo

Tra le numerose sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto alla Russia ancora non vi è quella che riguarda l’uranio, combustibile fondamentale per le centrali nucleari. Mosca fornisce il 35% di uranio a livello globale e l’energia nucleare statunitense in USA rappresenta circa il 20% della produzione di elettricità.

Il minerale può essere estratto in molte parti del mondo, ma l’elaborazione non è semplice ed economica. Infatti il metallo deve essere macinato dopo l’estrazione, convertito in gas e arricchito per aumentare la percentuale dell’isotopo necessario per i reattori nucleari prima della fabbricazione del combustibile. Tutto ciò deve avvenire in strutture sicure e specializzate, ma gli Stati Uniti hanno trovato più conveniente importare piuttosto che investire nell’estrazione.

Le ragioni sono da ricondurre al fatto che negli ultimi anni l’industria dell’energia nucleare è andata fortemente in declino dopo il disastro di Fukushima e i prezzi dell’uranio fino a poco tempo fa non erano abbastanza alti da incoraggiare una produzione onshore. Fuori dalla Russia non vi sono grandi impianti di conversione dell’uranio. Francia e Canada ne hanno alcuni, mentre in USA vi è un unico impianto nell’Illinois, ma è inattivo dal 2017 dovendo riprendere a funzionare nel 2023.

 

 

Uranio: gli USA vogliono internalizzare la produzione

Tutto questo spiega la reticenza della Casa Bianca a mettere l’embargo anche all’uranio nell’ambito della guerra Russia-Ucraina, così come è stato fatto per il petrolio. Tuttavia, il senatore repubblicano John Barrasso ha presentato una proposta di legge per vietare le importazioni russe. Se il disegno dovesse passare, occorrerebbe valutare l’impatto dell’interruzione del carburante nella flotta nucleare americana. Nell’immediato non ci dovrebbero essere grossi contraccolpi, perché gli impianti USA fanno rifornimento ogni 18-24 mesi, con una pianificazione di 2-3 anni di anticipo. Il tempo per organizzarsi quindi in teoria ci sarebbe.

Secondo Adam Rodman, fondatore dell’hedge fund Segra Capital Management LLC, l’aumento della capacità interna richiederebbe diversi anni e il mercato dell’uranio è diventato estremamente comodo sebbene via sia una catena di approvvigionamento fragile. Nick Akins, Amministratore Delegato di American Electic Power, gestore dell’impianto nucleare di Cook nel Michigan, sostiene che una cosa come la guerra cambia tutta la discussione e pertanto bisognerebbe parlare di internalizzare la produzione e l’arricchimento dell’uranio.

L’interruzione delle forniture russe in caso di embargo comunque potrebbe essere compensata dalle scorte detenute dal Dipartimento dell’energia e da alcuni servizi pubblici. Ad esempio Constellation Energy Corp. potrebbe soddisfare le esigenze di rifornimento per diversi anni, ma l’azienda sta facendo pressioni affinché si facciano maggiori investimenti nazionali nel processo del carburante, sottolineando che i tempi per la consegna sono necessariamente lunghi.

 

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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