Il balzo di Wall Street nell’ultima seduta fa respirare gli investitori, fornendo loro la speranza che la pioggia di vendita vista dopo il 2 aprile diventi un lontano ricordo.
Quel giorno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato dazi sui Paesi di tutto il mondo seminando il panico nei mercati finanziari. Gli operatori di Borsa hanno scaricato massicciamente le azioni temendo che l’economia americana potesse scivolare in recessione. Queste paure sono state per il momento esorcizzate dopo che Trump ha sospeso le tariffe per 90 giorni sulla maggior parte delle nazioni. La Cina però rimane nel mirino e anzi gli USA hanno inasprito i prelievi sui beni di importazione cinesi portandoli al 125%.
Se si lancia uno sguardo alla storia, comunque, non c’è molto da rallegrarsi. Secondo i dati forniti dalla società di consulenza Carson Group, dal 1957 a oggi, nelle circostanze in cui è crollato almeno del 15% in qualsiasi momento dell’anno, l’indice S&P500 ha quasi sempre chiuso in rosso l’anno.
Le eccezioni sono state tre. La prima nel 1982, quando dopo un calo del 16,4%, il benchmark ha ripreso a salire terminando l’anno con un +14,8%. La seconda nel 2009, allorché è precipitato del 25,1% prima di ripartire per un rally che lo ha portato a +23,5% al 31 dicembre. La terza nel 2020, dopo un crollo del 30,7% recuperato con un rimbalzo poderoso per chiudere l’anno in attivo di 16,3 punti percentuali. In tutte le altre occasioni le perdite sono state consistenti. La perdita massima è avvenuta nel 2008, anno della grande crisi, quando l’indice ha chiuso in negativo del 38,5%, dopo aver registrato durante l’anno un passivo del 48,8%. Solo in tre occasioni il saldo percentuale è risultato a una cifra: nel 1970 (-0,1%); nel 1981 (-9,7%); e nel 1990 (-6,60%).
Wall Street: perché anche stavolta l’S&P500 potrebbe chiudere l’anno in rosso
Dove sarà l’S&P500 alla fine dell’anno? In positivo, emulando il 1982, il 2009 e il 2020 oppure in negativo, seguendo il percorso di tutti gli altri anni? Al di là del peso statistico, c’è un aspetto che non rende molto ottimisti e riguarda la Federal Reserve. Nel 1982 l’allora governatore Paul Volcker continuò il ciclo dei tagli ai tassi di interesse iniziato un anno prima, dopo la serie di strette precedenti effettuate per abbattere l’inflazione generata dal secondo shock petrolifero del 1979. Nel 2009, la Banca centrale americana capitanata da Ben Bernanke portò quasi a zero il costo del denaro per rilanciare un’economia abbattuta dalla recessione. Nel 2020, il presidente Jerome Powell lanciò il quantitative easing per sostenere l’economia messa in ginocchio dalla pandemia da Covid-19.
Storicamente, i mercati azionari hanno sempre mostrato di trovarsi più a loro agio con politiche accomodanti delle autorità monetarie. I tassi bassi, infatti, aiutano le aziende quotate attraverso il canale della ripresa economica e inoltre spingono gli investitori a cercare rendimenti più allettanti rispetto a quelli che offre il reddito fisso.
Quest’anno per la Fed è più difficile tagliare i tassi di interesse in maniera aggressiva perché i dazi trumpiani rischiano di alimentare il ritorno dell’inflazione. Stando alle ultime letture, i prezzi al consumo sono ancora lontani dall’obiettivo del 2% della Fed, anche se poco fa il Bureau of Labor Statistics ha comunicato una crescita a marzo del 2,4% su base annua, al di sotto delle aspettative degli analisti del 2,5%.
Le tariffe possono solo accelerare la risalita o quantomeno rallentare la discesa, spingendo l’istituto centrale a tenere più alti i costi di finanziamento. “Quest’anno è diverso dagli altri tre, perché la Fed probabilmente non verrà in soccorso questa volta, dal momento che è ancora molto preoccupata per l’inflazione”, ha detto Ryan Detrick, analista di Carson Group LLC.









