Alla fine è passata la linea dura a Bruxelles e l’Unione europea ha confermato le tariffe sulle auto elettriche di importazione dalla Cina. I dazi arriveranno fino al 35%, da aggiungersi al 10% preesistente. La Commissione europea può ora dare seguito all’attuazione del provvedimento, che dovrebbe rimanere in vigore per 5 anni. Il condizionale è d’obbligo perché nel frattempo il blocco proseguirà i colloqui con Pechino per cercare un’alternativa. Le discussioni vertono su un meccanismo di controllo di prezzi e dei volumi delle esportazioni che andrebbero a sostituire le tariffe. “L’UE e la Cina continuano a lavorare duramente per esplorare una soluzione alternativa che dovrebbe essere pienamente compatibile con l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), adeguata nell’affrontare le sovvenzioni dannose stabilite dall’indagine della Commissione, monitorabile e applicabile”, ha affermato il braccio operativo dell’Unione europea in un comunicato stampa.
Dazi auto elettriche: l’UE è comunque spaccata
Con il provvedimento di oggi, l’Europa prosegue lungo la strada per frenare la concorrenza cinese e per ridurre la dipendenza da Pechino. Negli ultimi tre anni, la quota di auto elettriche prodotte in Cina e vendute nel Vecchio Continente è passata dal 3% a oltre il 20%. In questo ambito, le case automobilistiche cinesi hanno rappresentato circa l’8% della quota di mercato, mentre altre aziende internazionali che producono in Cina tipo Tesla hanno costituito il resto.
I dazi sono stati considerati un’opzione per limitare l’ascesa del Dragone e sono sopraggiunti dopo un’indagine condotta dalla Commissione europea che ha rilevato come la Cina abbia “sovvenzionato ingiustamente” le proprie aziende attuando una forma di concorrenza sleale. Tuttavia, la votazione di oggi è stata tutt’altro che unanime, denotando spaccature ancora profonde all’interno del blocco dei 27. La misura è passata con il voto favorevole di soli 10 Paesi, mentre 5 hanno votato contro e ben 12 si sono astenuti. I favorevoli sono stati: Italia, Francia, Paesi Bassi, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Irlanda, Danimarca e Bulgaria. Nei contrari figurano: Germania, Ungheria, Malta, Slovacchia e Slovenia. Gli astenuti sono risultati: Spagna, Austria, Belgio, Portogallo, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Finlandia, Grecia, Lussemburgo, Romania e Svezia.
La posizione della Germania era nota da tempo. Berlino è preoccupata per le ritorsioni che potrebbero arrivare dalla Cina, dove le case automobilistiche tedesche Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz hanno una presenza molto forte (quasi un terzo delle loro vendite 2023 proviene dal territorio cinese). “È il segnale giusto da parte del governo tedesco, che – nell’interesse dell’economia, della prosperità e della crescita – ha sostenuto gli interessi dell’industria automobilistica europea e tedesca e dei suoi dipendenti su una questione così importante e ha votato no oggi alla decisione dell’UE”, ha dichiarato Hildegard Müller, presidente della lobby automobilistica tedesca VDA.
L’amministratore delegato di BMW, Oliver Zipse, ha definito il voto odierno “fatale per l’industria automobilistica europea”, esortando a un accordo con Pechino per “evitare un conflitto commerciale da cui nessuno trae vantaggio”. Prima del voto, si è fatto sentire anche il primo ministro dell’Ungheria (che ha votato contro), Viktor Orban, il quale ha parlato addirittura di “guerra fredda economica con la Cina” quella verso cui si sta dirigendo l’Unione europea.
Nella votazione di oggi sorprende comunque il gran numero di astenuti (la maggioranza), il che rende evidente il disagio strisciante in seno all’UE nell’affrontare una disputa commerciale con quello che fino a poco tempo fa veniva considerato un prezioso alleato.
Come reagirà la Cina?
Gli osservatori di mercato ora sono in attesa di vedere come sarà la reazione della Cina a quanto deciso da Bruxelles, ovvero se ci sarà o meno una rappresaglia commerciale. Intanto, le autorità cinesi hanno negato le accuse lanciate dalla Commissione europea circa i vantaggi che Pechino avrebbe dato alle proprie case automobilistiche tramite sovvenzioni e agevolazioni fiscali. In secondo luogo, hanno minacciato di applicare proprie tariffe all’importazione di prodotti europei nei settori lattiero-caseario, del brandy, della carne suina e ovviamente dell’automotive.
In questo momento, però, i produttori cinesi di auto elettriche stanno combattendo con il rallentamento della domanda in patria che sta riducendo i loro margini di profitto. Questo significa che un’aspra guerra commerciale con l’Europa non darebbe alcun beneficio, se non probabilmente sotto il profilo dell’immagine e dell’autorevolezza. Una strada che alcune aziende stanno adottando per eludere i dazi è quella di investire in fabbriche in Europa e produrre direttamente da lì, considerando però che i costi sarebbero comunque superiori rispetto a che farlo in Cina.
Secondo alcuni analisti, l’allarme comunque è eccessivo, perché l’impatto dell’aumento dei dazi non sarà così forte. L’analista di Daiwa Securities, Kevin Lau, osserva che l’Europa rappresenta solo una frazione delle vendite totali di aziende come BYD, Geely e SAIC Motor, con una quota che nei primi quattro mesi di quest’anno è variata tra l’1% e il 3%. Tuttavia, Geely ha affermato che la decisione dell’UE “non è costruttiva e potrebbe potenzialmente ostacolare le relazioni economiche e commerciali con la Cina, danneggiando in ultima analisi le aziende europee e gli interessi dei consumatori”.









