Il 2 marzo 2026 resterà segnato nei grafici dei mercati come un giorno in cui non è stato soltanto il prezzo del petrolio a salire, ma l’intero rischio geopolitico globale a riemergere con forza nelle decisioni di investimento.
La combinazione di tensioni militari nel Medio Oriente, con attacchi e contromisure tra Stati Uniti, Israele e Iran, e lo sviluppo di un asset petrolifero storico come OPL 245 in Nigeria ha riaperto i riflettori su un tema in passato considerato superato: quello del petrolio come bene reale centrale per l’economia globale.
In poche ore i prezzi del greggio sono schizzati, gli investitori hanno ricalibrato le loro strategie e le prospettive di Eni, la major italiana dell’energia, sono state riscritte alla luce di uno scenario che unisce conflitto, scarsità di offerta percepita e opportunità di crescita strutturale.
In questo articolo:
- L’aumento delle quotazioni del petrolio e l’impatto su Eni
- L’intervento del ministro Crosetto
- Eni e la sensibilità ai prezzi delle commodity
- Opl 245: la svolta nigeriana e il lungo percorso di un asset strategico
L’aumento delle quotazioni del petrolio e l’impatto su Eni
Le quotazioni internazionali del petrolio hanno registrato aumenti significativi negli scambi odierni a causa dell’intensificarsi della guerra in Medio Oriente, che ha difatti scatenato delle concrete preoccupazioni su potenziali blocchi della produzione e delle esportazioni da parte dei paesi del Golfo. Se già l’impennata del Brent fino al 13% a 82,37 dollari ha portato l’oro nero a livelli che non si vedevano da oltre un anno, secondo diversi analisti citati dal The Guardian e dal Financial Times, l’instabilità in corso potrebbe spingere il Brent ben oltre gli attuali livelli, con valutazioni che si avvicinano o addirittura superano i 100 dollari al barile qualora gli impatti sulle esportazioni dal Medio Oriente dovessero persistere o intensificarsi.
In questa direzione, avrebbe un ruolo determinante una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz (attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale).
Il rally di Eni emerge proprio in questo contesto: il titolo ha evidenziato un’accelerazione significativa a Piazza Affari, riflettendo sia la reattività ai prezzi del greggio sia il gradimento degli investitori verso aziende percepite come in grado di beneficiare di un ritorno di entusiasmo sul settore energy.
Al momento della scrittura infatti il titolo della società guidata da Claudio Descalzi sta facendo registrare un incremento di quasi quattro punti percentuali, in controtendenza rispetto alla performance del Ftse Mib che invece sta cedendo il 2,4%.
L’intervento del ministro Crosetto
Durante l’audizione congiunta al Parlamento insieme al ministro degli Esteri Antonio Tajani, Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha riferito che “la questione degli approvvigionamenti energetici rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione, considerato che la regione del Golfo costituisce uno snodo essenziale per il trasferimento di una quota significativa dell’energia globale”.
Gli effetti di questa attività sono già evidenti oggi: il prezzo del greggio ha registrato un incremento sostanziale; analoghe dinamiche si osservano sul gas naturale liquefatto, in relazione al rischio percepito di interruzione delle forniture.
Crosetto ha anche sottolineato che “l’aumento dei costi assicurativi per il trasporto e la crescente incertezza sulle rotte stanno contribuendo ad alimentare pressioni inflazionistiche. Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale, pari a circa 17-20 milioni di barili al giorno, ma anche oltre il 30% del commercio globale di gas liquefatto.
Si tratta di una principale arteria energetica del sistema economico internazionale, e anche una riduzione parziale o un aumento del rischio percepito è sufficiente a produrre effetti immediati sui prezzi, sui premi assicurativi e sulla disponibilità delle forniture”. Basti pensare, chiosa Crosetto, che “le prime reazioni dei mercati indicano già un aumento significativo dei costi di trasporto e di assicurazione, in alcuni casi fino al 30-50%. Questa crisi conferma che l’energia non è soltanto una variabile economica, ma una componente strutturale della sicurezza strategica”.
Eni e la sensibilità ai prezzi delle commodity
Per Eni, una società che combina attività di produzione upstream, raffinazione downstream e trading di materie prime, la relazione tra prezzi del petrolio e performance finanziaria è molto diretta.
Secondo le stime di Equita, la sensibilità di Eni è tale che l’ “utile cresce di circa il 3% per ogni aumento di 1 dollaro al barile del Brent e del 2% per ogni incremento di 1 dollaro per mmbtu del gas naturale liquefatto (equivalente a un +0,8% per ogni euro per MWh del gas TTF). Questo tipo di sensibilità – che nel gergo finanziario si chiama price elasticity – è uno dei motivi per cui i rialzi dei prezzi delle commodity si traducono spesso in aumenti anche delle quotazioni azionarie delle principali compagnie energetiche. Non c’è quindi da stupirsi se anche JpMorgan ha alzato il rating su Eni a overweight da underweight e ha aumentato il prezzo obiettivo a 22,00 euro da 17,50.
Una prospettiva chiave arriva a Borsa&Finanza da Filippo Diodovich, senior market strategist di IG. “Tra i titoli italiani, Eni è fra i potenziali beneficiari nel breve periodo se il greggio resta su livelli molto alti. Oggi i prezzi di Eni hanno toccato un picco a 20,76 euro, livello che non si vedeva dal 2008. Le nostre aspettative sono ampiamente rialziste e l’obiettivo dei 23 euro può essere raggiunto se il Brent dovesse superare il limite degli 86 dollari al barile. Anche altri titoli ciclici legati alla difesa e all’energia possono rafforzarsi perché l’escalation geopolitica tende a favorire comparti percepiti come strategici”.
Questo commento esprime un duplice elemento di congiura: da una parte la reazione tecnica delle quotazioni delle azioni di Eni ai movimenti dei prezzi petroliferi, e dall’altra una visione strategica più ampia secondo cui l’incertezza geopolitica favorisce segmenti considerati difensivi o sensibili alle dinamiche reali dell’economia globale. In questo contesto, la soglia psicologica ed economica dei 86 dollari al barile per il Brent diventa un riferimento chiave per gli investitori, perché oltre quel livello si intensificherebbero le ragioni di un rialzo sostenuto del titolo Eni fino all’obiettivo indicato di 23 euro.
Opl 245: la svolta nigeriana e il lungo percorso di un asset strategico
Oltre alla dinamica dei prezzi del petrolio, esiste un ulteriore driver di lungo periodo per Eni: lo sviluppo dell’asset OPL 245 in Nigeria. Come riportato da Reuters, dopo quasi tre decenni di contese legali che avevano bloccato qualsiasi attività produttiva, il governo nigeriano ha deciso di suddividere il giacimento in quattro nuovi blocchi da assegnare ad Eni e Shell, una mossa che potrebbe finalmente sbloccare lo sviluppo di una delle riserve petrolifere più importanti dell’Africa occidentale.
La storia di OPL 245 è stata a lungo simbolo di controversie e ritardi: assegnato alla fine degli anni Novanta a una società legata all’ex ministro del petrolio Dan Etete e poi venduto a Shell ed Eni nel 2011, il blocco è stato al centro di indagini e processi giudiziari che hanno coinvolto dirigenti e intermediari in più Paesi. Tutte le parti coinvolte, compresi i vertici di Eni, sono state poi assolte dai tribunali italiani nel 2021, dopo aver negato ogni illecito, e la licenza è rimasta inutilizzata per quasi trent’anni.
La decisione nigeriana di riorganizzare e riproporre l’asset sotto una nuova struttura contrattuale apre oggi reali prospettive di produzione su uno dei bacini prolifici in acque profonde, dando a Eni l’opportunità di accrescere il proprio portafoglio upstream e, con esso, potenzialmente i flussi di cassa operativi nei prossimi anni.









