Crisi Iran: petrolio e gas alle stelle per lo stretto di Hormuz, l’onda d’urto sull’Italia

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Il conflitto in Medio Oriente è uscito dalle basi militari e sta investendo le rotte energetiche globali. Gli attacchi coordinati di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e la risposta di Teheran, hanno trasformato lo Stretto di Hormuz nel principale punto di pressione sui mercati di petrolio e gas. In poche ore il traffico di petroliere e gasiere si è diradato, gli armatori hanno rivisto le rotte e le quotazioni di greggio e gas naturale (Gnl) sono schizzate ai massimi da oltre un anno, riportando al centro dell’attenzione la vulnerabilità di un passaggio da cui dipende una quota cruciale dell’approvvigionamento mondiale.

 

In questo articolo:

 

  • Petrolio e gas, nuova fiammata delle quotazioni
  • Perché è così importante lo Stretto di Hormuz
  • Italia, il rischio di un nuovo shock energia

 

Petrolio e gas, nuova fiammata delle quotazioni

La reazione dei mercati energetici è stata immediata. Lunedì i future sul Brent hanno toccato un nuovo massimo a 52 settimane a 79,40 dollari al barile, in rialzo di circa il 9,3%, mentre il West Texas Intermediate statunitense è salito oltre il 9% fino a 73,10 dollari. Gli analisti di Citi stimano, nello scenario di base, un Brent compreso tra 80 e 90 dollari almeno per la prossima settimana, con ritorno verso quota 70 dollari solo in presenza di una de-escalation militare. Goldman Sachs, come riportato da Bloomberg, calcola un premio di rischio “in tempo reale” di circa 18 dollari al barile incorporato nei prezzi del greggio e ritiene che, in caso di interruzione per un mese di metà dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, il premio possa ridursi a circa 4 dollari, mentre un blocco più prolungato richiederebbe un sovrapprezzo più elevato. Secondo Wood Mackenzie, se il traffico delle petroliere nello stretto non venisse ripristinato rapidamente, le quotazioni potrebbero superare la soglia dei 100 dollari al barile, anche perché l’attuale interruzione coinvolge sia le esportazioni correnti sia la capacità inutilizzata dell’Opec+, che resta in gran parte concentrata nei Paesi del Golfo e quindi difficilmente accessibile finché la via d’acqua resta compromessa.

“Presto per parlare di inversione definitiva, ma il livello dei 70 dollari é cruciale per il trend di lungo periodo, pertanto ora il petrolio diventa uno degli asset da monitorare con forte attenzione per via anche della sua forte influenza sull’inflazione globale. Un rialzo del prezzo del petrolio porta infatti ad un aumento delle transazioni commerciali, dei prezzi dei beni e dei prodotti finali e infine si scarica sui consumatori con un aumento generalizzato dei prezzi, una condizione che metterebbe pressione ad un consumatore giá alle prese con prezzi alti dal post-covid”, sottolinea David Pascucci, Market Analyst di Xtb. La dinamica tecnica del petrolio, aggiunge l’analista era già impostata al rialzo, ma restano necessarie conferme: il trend di fondo è ribassista dal 2022 e “una salita del genere come quella di oggi non basta da sola a confermare un rialzo di lungo termine”.

L’onda d’urto arriva anche sul gas. Lo Stretto di Hormuz è un corridoio obbligato per circa un quinto del Gnl mondiale e per tutte le esportazioni dal Qatar, secondo fornitore globale dopo gli Stati Uniti. Il rallentamento delle spedizioni di Gnl da Qatar ed Emirati Arabi Uniti sta sostenendo i prezzi spot in Asia e in Europa. Goldman Sachs stima che un blocco di un mese delle esportazioni di Gnl attraverso lo stretto potrebbe far salire il prezzo spot asiatico del 130%, fino a 25 dollari per milione di British thermal unit. Gli analisti di ING ricordano che la nuova capacità di esportazione dagli Stati Uniti e da altri Paesi non entrerà in funzione abbastanza rapidamente da compensare eventuali perdite prolungate nel Golfo Persico, mantenendo elevata la sensibilità dei prezzi a ogni interruzione dei flussi.

 

Perché è così importante lo Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz, largo circa 34 chilometri nel punto più stretto e incastonato tra le coste meridionali dell’Iran e l’Oman, è uno snodo centrale del commercio energetico globale. Le stime del governo statunitense indicano che da qui transita ogni giorno circa un quinto del greggio mondiale trasportato via mare e un quarto del gas naturale liquefatto. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Iran e Kuwait utilizzano questa via per portare sul mercato la maggior parte delle proprie esportazioni di petrolio e gas. Parte dei volumi sauditi può essere dirottata sull’oleodotto est-ovest verso il Mar Rosso e alcune infrastrutture di Oman ed Emirati consentono di aggirare parzialmente lo stretto, ma secondo le valutazioni specialistiche anche sfruttando al massimo queste alternative una quota significativa dei flussi, stimata in circa 10 milioni di barili al giorno, resterebbe esposta al rischio di blocco.

Nelle ultime ore, dopo i nuovi raid di Stati Uniti e Israele su obiettivi iraniani e di Hezbollah, la United Kingdom Maritime Trade Operations ha segnalato attacchi a due navi nello stretto, una al largo dell’Oman e una vicino agli Emirati Arabi Uniti. I servizi di tracciamento mostrano petroliere in attesa su entrambi i lati della rotta, mentre diversi armatori, compagnie petrolifere e società di trading hanno sospeso in via precauzionale le spedizioni di greggio, prodotti raffinati e Gnl. L’Organizzazione marittima internazionale ha invitato le navi a evitare l’area e ha riferito di marittimi feriti in alcuni attacchi. La possibilità che Teheran utilizzi lo Stretto di Hormuz come leva politica è al centro delle valutazioni di rischio da diversi anni. Nel 2019 i vertici iraniani minacciarono di chiudere la via d’acqua dopo la revoca da parte di Washington delle esenzioni sulle sanzioni al petrolio iraniano, mentre nel febbraio 2026 lo stretto fu temporaneamente chiuso per esercitazioni di tiro durante i colloqui sul nucleare a Ginevra, con un nuovo picco di tensione tra i due Paesi. Secondo gli esperti, l’Iran dispone di strumenti per disturbare significativamente la navigazione – dalle piccole imbarcazioni ai sottomarini in grado di posare mine – pur avendo difficoltà a mantenere un blocco totale di lunga durata. Le stime indicano che anche il solo timore di una chiusura completa potrebbe aggiungere da 10 a 20 dollari al barile alle quotazioni del greggio, mentre un blocco prolungato delle esportazioni di petrolio e Gnl avrebbe effetti immediati sulla sicurezza energetica dei Paesi importatori, in particolare in Asia ed Europa.

 

Italia, il rischio di un nuovo shock energia

Per l’Italia lo shock potenziale è duplice. Sul lato petrolio, un balzo duraturo delle quotazioni si tradurrebbe in carburanti più cari alla pompa e in costi di trasporto più elevati, con effetti a cascata sui prezzi dei beni e dei servizi. Sul lato gas, la vulnerabilità è ancora più marcata: Roma è il Paese Ue più esposto al Gnl del Qatar, che copre circa il 45% delle importazioni via mare e che transita interamente dallo Stretto di Hormuz. Se i flussi di Gnl provenienti dal Golfo venissero ridotti, la disponibilità spot globale si assottiglierebbe subito e l’Europa – Italia compresa – sarebbe costretta a tornare a competere direttamente con gli acquirenti asiatici per i carichi flessibili, come già accaduto nella crisi energetica del 2021-2023, con un immediato aumento dei prezzi di riferimento. Il tutto avverrebbe in una fase in cui gli stoccaggi di gas in Europa sono più bassi rispetto agli ultimi anni (46 miliardi di metri cubi a fine febbraio 2026 contro i 60 del 2025 e i 77 del 2024), rendendo più complesso il riempimento delle riserve e alimentando una nuova pressione sui costi energetici industriali e sulle tariffe elettriche. Un rialzo contemporaneo di petrolio e gas limiterebbe inoltre i normali canali di sostituzione fra le diverse fonti, aumentando il rischio di un temporaneo ritorno al carbone e di misure di risparmio dal lato della domanda: per l’Italia significherebbe bollette più pesanti per famiglie e imprese, margini compressi per i settori energivori e il concreto pericolo di una nuova fiammata inflazionistica, con ricadute sulla crescita e sui conti pubblici.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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