Gli utili delle banche italiane tornano al centro del dibattito politico. A riaprire ufficialmente il dossier è stato il vice primo ministro Matteo Salvini, che dal Festival dell’Economia di Trento, ha rimesso sul tavolo un’ipotesi che sembrava archiviata insieme alle polemiche sugli extraprofitti: chiedere al settore bancario una partecipazione più diretta allo sforzo economico del Paese.
In questo articolo:
- Salvini e gli utili delle banche
- Il ritorno del dossier banche
- Banche italiane, volano gli utili
Salvini e gli utili delle banche
“È necessario ragionare su come le banche, visti gli utili realizzati, possano partecipare a una redistribuzione della ricchezza”, ha dichiarato il leader della Lega, spiegando senza particolari giri di parole il ragionamento che sta maturando nel governo. Salvini ha ricordato i numeri registrati dai principali gruppi del credito, sottolineando come “ci sono soggetti economici che stanno facendo utili senza precedenti nella storia, le banche, e sono contento, io sono un liberale”. Poi l’esempio concreto: “Intesa Sanpaolo ha chiuso il primo trimestre con un utile di 2,7 miliardi, in crescita del 5% rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Il primo trimestre di Unicredit si è chiuso con un utile di oltre 3 miliardi, più 16% rispetto all’anno scorso, ventunesimo trimestre consecutivo di crescita per Unicredit. Sono le due principali banche italiane, con questa proiezione, chiudono il 2026 con 22 miliardi di euro di utile”.
Non solo. Il vicepremier ha voluto spingersi oltre, collegando la redditività degli istituti al ruolo svolto negli anni dallo Stato: “Una buona parte di questi utili è coperta e garantita dalle garanzie dello Stato. Se ti va male ti copre le perdite, se ti va bene assiste alle tue performance”. Da qui la domanda politica che torna ciclicamente quando si avvicina la manovra di bilancio: “Mi domando al cospetto di tutte le altre imprese che rischiano di loro se in futuro non serva ragionare su come queste realtà economiche con le spalle coperte dallo Stato possano contribuire alla redistribuzione di ricchezza per le imprese in difficoltà”. Una riflessione che Salvini ha chiuso con una frase ancora più diretta: “Penso che sia doveroso da parte del governo e da parte di un ministro che ha bisogno come ossigeno di denari per portare avanti i cantieri aperti”.
Il ritorno del dossier banche
Il tema, in realtà, non nasce oggi. Le dichiarazioni di Matteo Salvini rappresentano piuttosto l’ultimo capitolo di un confronto che negli ultimi anni ha visto scontrarsi governo e sistema bancario su tasse, buyback e redistribuzione degli utili. Scontri che, puntualmente, si sono concretizzati in occasione della realizzazione e presentazione della Legge di Bilancio. Prima del leader della Lega, era stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a riportare al centro della discussione la possibilità di un contributo straordinario da parte delle banche. Il titolare del Tesoro aveva più volte evocato la necessità di aprire un confronto con il settore, osservando come gli istituti avessero registrato “utili stratosferici” grazie soprattutto all’impennata dei tassi d’interesse decisa dalla Bce
Secondo Giorgetti, una partecipazione del comparto finanziario allo sforzo di alleggerire il peso fiscale su famiglie e imprese sarebbe stata “assolutamente doverosa”. Pur precisando di non voler “bullizzare nessuno”, il messaggio era apparso piuttosto chiaro: se una parte della redditività deriva anche dal contesto monetario e dagli strumenti pubblici di sostegno, allora il settore dovrebbe contribuire. Una posizione che non era affatto piaciuta al presidente dell’Abi Antonio Patuelli, pronto a respingere l’impostazione del governo con toni netti. Durante una lectio all’Università Link di Roma, Patuelli aveva ricordato che “le banche non hanno rendite di posizione”, contestando l’idea stessa che i profitti bancari possano essere assimilati a guadagni garantiti o impropri.
Il presidente dell’Associazione bancaria italiana aveva anche richiamato il passato recente del credito italiano, segnato da crisi industriali, recessioni, pandemia e ristrutturazioni profonde. Le banche, secondo la lettura dell’Abi, non sarebbero beneficiarie passive di rendite ma soggetti che hanno attraversato anni di sacrifici, aumenti di capitale e salvataggi, arrivando solo oggi a una fase di maggiore redditività.
Lo scontro non si fermò lì. Anche la premier Giorgia Meloni provò ad alzare il livello della pressione politica, indicando apertamente una cifra. “Se su 44 miliardi di profitti nel 2025 le banche ci mettono a disposizione circa cinque miliardi per aiutare le fasce più deboli credo che possiamo essere soddisfatti noi e che, in fin dei conti, possano esserlo anche loro”, aveva dichiarato. Meloni aveva poi collegato il tema agli strumenti pubblici che negli anni hanno sostenuto il sistema del credito, ricordando i prestiti garantiti durante l’emergenza pandemica e il ruolo giocato dai crediti fiscali del Superbonus. Una posizione che, di fatto, anticipava molte delle argomentazioni oggi riprese da Salvini. Anche allora, però, la risposta dell’Abi fu immediata. Patuelli contestò sia il concetto di extraprofitti sia la rappresentazione numerica diffusa nel dibattito pubblico, osservando come spesso vengano confusi ricavi lordi e utili netti già sottoposti a tassazione.
Banche italiane, volano gli utili
I numeri, del resto, spiegano meglio di qualsiasi slogan perché il tema sia tornato al centro della discussione politica. Il 2025 si è confermato un anno straordinario per i principali gruppi bancari italiani. Secondo le elaborazioni della Fondazione Fiba di First Cisl, gli utili netti aggregati dei cinque maggiori istituti hanno superato i 27,8 miliardi di euro, segnando una crescita del 10,6% rispetto all’anno precedente. Un trend che la Fondazione ha confermato anche guardando al primo trimestre di quest’anno.
Infatti, durante i primi tre mesi del 2026, i cinque maggiori istituti (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Mps e Bper) hanno riportato oltre 7 miliardi di euro di utili, in crescita del 3,3% rispetto al primo trimestre 2025. A sostenere ulteriormente i risultati sono soprattutto i proventi operativi, in aumento del 3,7%, trainati dalla forte crescita delle commissioni nette (+4%), che confermano il progressivo rafforzamento delle attività legate al risparmio gestito. I costi operativi risultano sotto controllo (-0,8%) con costo del personale sostanzialmente stabile (+0,1%). Il cost/income scende così al livello record del 37,3%, nettamente inferiore alla media stimata dei principali competitor europei (51%).









