Banche USA: perché il rialzo dei tassi Fed allontana gli investitori dalle azioni - Borsa e Finanza

Banche USA: perché il rialzo dei tassi Fed allontana gli investitori dalle azioni

Banche USA: perché il rialzo dei tassi Fed allontana gli investitori dalle azioni

L’aumento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve dovrebbe in teoria essere un prezioso alleato per le banche USA. L’istituto centrale americano ha aumentato il costo del denaro dello 0,5% nell’ultima riunione del 3-4 maggio, spingendo i rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni al 3,2%, livello che non si vedeva dal 2018. Tutto ciò per gli istituti di credito significa che il margine di intermediazione cresce, aumentando in questo modo i profitti.

Questo succede perché le banche riversano più velocemente la crescita dei rendimenti sul tasso che applicano sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese rispetto al tasso che riconoscono ai depositi dei risparmiatori. Inoltre, il denaro contante che hanno in cassa possono renderlo più produttivo.

In verità quest’anno i titoli bancari stanno continuando a perdere terreno a Wall Street. Prendendo in considerazione il periodo dal 1° gennaio 2022 fino alla chiusura dell’ultima settimana, JP Morgan è arretrata dell’1,83%, Goldman Sachs dell’1,74%, Morgan Stanley del 2,88% e Bank of America del 2,87%. Questo sembrerebbe un po’ anomalo, essendo anche che all’inizio le banche erano partite con il piede giusto in Borsa, sovraperformando il mercato.

 

Banche USA: perché gli investitori vendono le azioni

Ad allontanare gli investitori dalle banche USA a un certo punto è stato lo scoppio della guerra Russia-Ucraina, che ha determinato con le sanzioni occidentali il pericolo di crisi generale del sistema bancario. Le banche russe infatti sono state escluse dalla rete SWIFT e molti pagamenti non riescono a essere inoltrati a causa del blocco. Inoltre, è da rilevare una certa esposizione da parte delle banche americane verso la Russia, che alimenta il rischio di ripercussioni negative sui bilanci.

Tale situazione però ha reso cristallino quanto un aumento dei tassi possa contribuire a destabilizzare il quadro generale. In altre parole, una Fed che fa salire i rendimenti determina un rischio di recessione molto alto in uno stato di cose dove l’economia americana sembra appesa a un filo. Il motivo fondamentale è che l’inflazione è troppo alta per pensare di poterla calmierare con qualche piccola stretta. Quindi occorre una politica molto aggressiva sui tassi, che giocoforza si andrà a riflettere negativamente sulla crescita. Inoltre, l’effetto potrebbe anche essere lontano da quello sperato, dal momento che il costo della vita non dipende tanto da una domanda inarrestabile, ma quanto da un’offerta insufficiente.

Le banche in tale contesto ci sono dentro fino al collo, perché se l’economia andrà in recessione automaticamente aumenteranno le imprese in difficoltà e le famiglie che non stanno dietro al pagamento delle rate dei mutui. Allo stesso tempo cresceranno i crediti in sofferenza e si abbasseranno le richieste di prestiti.

Secondo Keith Horowitz, analista di Citigroup, le preoccupazioni degli investitori vertono sul fatto che la Fed si spingerà fino a quando qualcosa non si rompe, il che determina una recessione e perdite di credito. Ad ogni modo, l’esperto ritiene che queste ultime siano gestibili e si aspetta un mercato rialzista per le banche USA. James Gorman, Amministratore Delegato di Morgan Stanley, pensa che le azioni bancarie siano ampiamente sottovalutate rispetto al loro potenziale. Tuttavia, nel prossimo futuro Gorman prevede una lieve recessione, ma che non dovrebbe intaccare il processo decisionale nel lungo periodo, in quanto se si hanno delle buone strategie bisogna perseguirle fino in fondo.

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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