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Borsa di Milano: il Tesoro cerca di rafforzare il voto multiplo sulle azioni

Borsa di Milano: il Tesoro cerca di rafforzare il voto multiplo sulle azioni

Il Tesoro italiano cerca di frenare la fuga delle società dalla Borsa di Milano aumentando gli sforzi sul voto multiplo delle azioni. In sostanza, le società quotate potranno emettere azioni con diritti di voto rafforzato, per dare la possibilità ai principali azionisti di avere un controllo più saldo. “Molte parti interessate chiedono una serie di misure più forti per consentire agli azionisti a lungo termine delle società quotate di aumentare il loro potere di voto nel tempo. Lo stiamo esaminando”, ha dichiarato il Ministro del Tesoro Federico Freni. Tuttavia, il rappresentante del governo ha precisato che un’opzione del genere sarà accompagnata da alcune disposizioni normative volte a tutelare i piccoli investitori di fronte ad azionisti più forti.

 

Borsa di Milano: gli sforzi del governo per trattenere le società

Fino al 2014, in Italia non vi era alcuna possibilità di voto multiplo, ma poi con la migrazione delle società italiane in Olanda si è attuata una riforma in cui veniva concessa l’opzione di un ulteriore voto per ogni azione posseduta ma con vincoli molto restrittivi. Ad esempio, il possesso continuato anteriore all’adozione del voto maggiorato non può contare ai fini dell’attribuzione del medesimo. Inoltre, l’incremento del numero di voti in capo a chi detenesse una quota tra il 30 e il 45 per cento può comportare l’obbligo di acquistare tutte le restanti azioni a un prezzo potenzialmente elevato, in quella che viene definita come OPA obbligatoria da consolidamento.

Il governo Meloni aveva presentato in Parlamento un disegno di legge ad aprile di quest’anno nell’ambito di un piano per incoraggiare le aziende a quotarsi a Piazza Affari. Nella proposta veniva rafforzato il diritto di emettere azioni a voto multiplo, limitando però il processo alla fase pre-IPO. Le società entrerebbero a far parte del programma definito di “loyalty share”, dove i soci che fanno parte dell’azionariato per almeno 24 mesi possono usufruire al massimo di due diritti di voto.

Ora la coalizione di governo potrebbe rendere più forte questo regime, per permettere alla Borsa di Milano di competere con altre piazze finanziarie in Europa. “Un mercato dei capitali dinamico ed efficiente è un fattore chiave per stimolare la crescita economica dell’Italia in un momento in cui i tassi di interesse più elevati stanno rendendo il credito bancario sempre più costoso”, ha affermato Freni.

Il dibattito in Parlamento è molto vivo, con alcuni che propongono di adottare in Italia l’impostazione normativa francese che rende i diritti di voto rafforzati un’opzione predefinita, a meno che non vi sia l’espressa rinuncia da parte degli azionisti. Il Ministro del Tesoro però è in disaccordo con una normativa del genere in quanto “gli azionisti devono poter differenziare il potere di voto, invece di votare contro quella che diventerebbe l’opzione predefinita”.

 

Ecco cosa spiega l’Olanda come meta

Nell’ultimo decennio non sono poche le grandi società italiane che si sono delistate dalla Borsa di Milano per quotarsi ad Amsterdam. Altre invece hanno optato per un domicilio legale olandese, diventando di diritto del Paese nordeuropeo. L’ex-galassia Fiat ha fatto da apripista con Exor, Stellantis e CNH Industrial, ma altre big di Palazzo Mezzanotte si sono unite, tipo Campari, Ariston e MediaForEurope. In Olanda non vi sono particolari vincoli di legge. L’unico principio che deve essere rispettato è quello sancito dal Codice civile olandese in merito “alla parità di trattamento, alla ragionevolezza e alla correttezza”. Tra l’altro, Amsterdam non prevede l’obbligo di lanciare un’offerta pubblica di acquisto al superamento di una partecipazione del 30%.

Tutto ciò è di estrema importanza perché trasformarsi in società olandese non significa necessariamente alcun trasferimento della sede amministrativa o degli stabilimenti. Tantomeno vi sono implicazioni dal punto di vista fiscale, essendo che le imposte vengono pagate dove i redditi sono prodotti e non nel luogo in cui la società ha la sede legale. Il diritto societario è quindi quello che determina l’esodo delle società italiane e spiega come questo sia continuato anche dopo la riforma del 2014.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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