Certificati Dual Currency, pensati per remunerare la liquidità
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Certificati Dual Currency, pensati per remunerare la liquidità

Dual Currency BNP Paribas, certificati per remunerare la liquidità

Negli anni scorsi gestire la liquidità è stato un problema. I bassi tassi di interesse non permettevano una remunerazione adeguata del denaro liquido. Oggi, con l’inflazione che in Italia, secondo l’ultima rilevazione di novembre dell’Istat, è arrivata all’11,8%, gestire la liquidità rimane un problema. L’elevato livello dei prezzi al consumo erode il valore del denaro lasciato sui conti correnti le cui remunerazioni rimangono ancora nei dintorni dello zero. A sottolinearlo è Nevia Gregorini, Head of Exchange Traded Solutions Italia di BNP Paribas: “Molti non hanno ancora realizzato quanto mantenere la liquidità sul conto corrente rappresenti un costo occulto rilevante”. 

Sul mercato esistono delle alternative per remunerare la liquidità. Le banche, per esempio, offrono i conti deposito, pagando interessi più elevati rispetto a quelli di un conto corrente ma imponendo un vincolo di durata temporale più o meno ampio. In pratica, quanto più a lungo la liquidità viene vincolata in un conto deposito tanto più elevato è il tasso di rendimento che si riesce a spuntare. Il problema è che quella liquidità non si può più toccare per la durata temporale del vincolo, pena la perdita del rendimento. Alcuni asset manager offrono poi i fondi monetari, a dire il vero sempre più rari in quanto è diventato molto difficile offrire una remunerazione reale oltre alla copertura dei costi del fondo. 

 

Investire a brevissimo termine con i Certificati Dual Currency

BNP Paribas ha ideato una soluzione differente, i Dual Currency Certificate. Si tratta di una novità assoluta sul mercato italiano e su quello europeo, come ha spiegato Nevia Gregorini a Borsa&Finanza: “Ne esistono alcune versioni in Svizzera ma vengono offerte principalmente per la gestione della liquidità dei clienti a più elevata patrimonializzazione, mentre in Asia vengono utilizzati sotto la forma di conto di deposito. In Italia questo genere di conti di deposito non sono diffusi e così noi abbiamo deciso di proporre questa opportunità al pubblico retail sotto forma di certificati quotati, puntando inizialmente sul cambio euro/dollaro in quanto è quello più seguito”. 

 

Come funzionano questi Certificate 

Si tratta di certificati d’investimento a brevissimo termine con una rischiosità medio-bassa, classificata a 3 su 7 secondo la classificazione dell’indicatore di rischio disponibile sul Kid del prodotto. BNP Paribas ne ha emessi sette, con scadenze al 23 dicembre 2022 e al 17 marzo 2023, ma si propone di coprire anche i periodi intermedi tra il singolo mese e l’anno come spiega Nevia Gregorini: “Se avremo dei riscontri positivi di mercato vorremmo ampliare sia le scadenze disponibili agli investitori, sia le coppie di valute offerte oltre all’euro/dollaro”. 

Prendiamo come esempio il certificato Dual Currency con codice ISIN NLBNPIT1KE53 su Eur/Usd, che ha uno strike a 1,04 e una scadenza al 23 dicembre 2022. Se si acquista il certificato, quotato sul mercato Sedex di Borsa Italiana, alla quotazione di 100 (la rilevazione del 29 novembre 2022 ma anche l’importo nozionale di emissione del certificato) alla scadenza si possono verificare due situazioni: se la quotazione dell’Eur/Usd è inferiore allo strike, ossia se l’euro si è svalutato nei confronti del dollaro, il certificato restituisce il valore nozionale di 100 euro e un premio di 0,87 euro, permettendo di incassare una performance dello 0,87% in poco meno di tre settimane; se viceversa la quotazione dell’Eur/Usd è superiore allo strike, ossia se l’euro si è rivalutato nei confronti del dollaro, verrà pagato il premio di 0,87 euro più l’importo nozionale (100 euro) moltiplicato per lo strike e diviso per il prezzo dell’Eur/Usd a scadenza. In questo secondo caso l’investitore può andare incontro a una perdita se l’importo di liquidazione, maggiorato del premio, è inferiore al prezzo di acquisto del prodotto. 

“In generale – sottolinea Nevia Gregorini – quanto più uno strike è superiore al livello di quotazione dell’Eur/Usd, tanto inferiore sarà il rendimento offerto dal certificato in quanto il rischio che a scadenza il cambio sia maggiore dello strike diminuisce. Ecco perché, per esempio, il certificato con ISIN NLBNPIT1KE46 e strike a 1,02, offre un premio potenziale dell’1,86%”. 

Un ulteriore elemento da sottolineare riguarda il fatto che l’investitore investirà e riceverà degli euro. I Certificati Dual Currency, infatti, non hanno come scopo la copertura dal rischio cambio ma quello di permettere un impiego della liquidità di breve e brevissimo termine. Ecco perché BNP Paribas ha deciso di effettuare direttamente la conversione in euro, per evitare i costi più gravosi e le commissioni che vengono applicate dai conti correnti per il cambio valuta. L’investitore riceverà, al termine dell’investimento, un pagamento in euro. 

 

I vantaggi dei Certificati Dual Currency

Nel confronto con gli altri prodotti per la gestione della liquidità che il mercato finanziario mette a disposizione degli investitori, i Dual Currency Certificate hanno delle caratteristiche e dei vantaggi specifici. “Innanzi tutto sono prodotti quotati in Borsa – spiega Nevia Gregorini – e quindi possono essere liberamente scambiati come se si trattasse di un titolo azionario o un ETF”. Ciò significa che se la quotazione aumenta (in virtù di una perdita di valore dell’euro nei confronti del dollaro) l’investitore potrebbe decidere di uscire prima dall’investimento senza nemmeno aspettare la scadenza, per quanto breve essa possa essere. Inoltre – riprende – il rendimento che offrono è potenzialmente più alto a fronte di una maggiore liquidabilità rispetto ai conti di deposito. Una remunerazione più elevata che si lega all’esposizione al rischio cambio che l’investitore decide di prendere”. 

Infine, essendo dei certificati, la normativa fiscale permette di utilizzarli per compensare le eventuali minusvalenze pregresse realizzate nei quattro anni precedenti. “Per esempio – conclude Nevia Gregorini – le scadenze di marzo 2023 si prestano bene a questo scopo e permetterebbe, in caso di esito positivo dell’investimento, di recuperare le eventuali minusvalenze presenti nello zainetto fiscale dell’investitore maturate dal 2019”.

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