Cina: le promesse di Xi sfidano gli Usa mentre la crescita torna al 1991

Articolo sponsorizzato

Condividi su

Ascolta questo articolo

Ogni marzo la Grande Sala del Popolo diventa il palcoscenico sul quale Pechino recita il copione della propria crescita. Quest’anno, però, una riga è cambiata: per il 2026 il target ufficiale è stato fissato tra il 4,5% e il 5%, per la prima volta da oltre trent’anni al di sotto della soglia psicologica del 5%.

In questo contesto, il nuovo piano di Pechino sposta il baricentro sulle tecnologie di frontiera e sul rafforzamento militare, lega l’autonomia nei semiconduttori e il controllo delle catene delle terre rare alla tenuta del modello manifatturiero ed espone sempre più apertamente la strategia cinese a un conflitto di interessi strutturale con gli Stati Uniti, sul terreno industriale prima ancora che su quello militare.

 

In questo articolo:

 

  • La frenata della seconda economia mondiale
  • Dalle terre rare all’AI, la trama del conflitto d’interessi con gli Usa
  • Il riarmo di Pechino non piacerà a Trump

 

La frenata della seconda economia mondiale

Dopo aver certificato per il 2025 un’espansione del 5%, identica a quella dell’anno precedente, il governo centrale ha scelto per il 2026 un corridoio di crescita più prudente, mentre molte province e grandi città hanno già rivisto al ribasso i propri obiettivi rispetto all’anno scorso. Alcune case di ricerca internazionali stimano per il 2025 un incremento reale del Pil cinese inferiore al 3%, quindi ben al di sotto della narrativa ufficiale. “Quanto più si recupera in termini di produttività, tanto meno è semplice continuare ad andare avanti”, ha affermato Louis Kuijs, capo economista per l’Asia-Pacifico presso S&P Global Ratings.

Negli ultimi anni la Cina ha dovuto confrontarsi con una dinamica dei prezzi segnata dalla deflazione, con un mercato del lavoro giovanile in sofferenza e con una crisi profonda del real estate che ha eroso la ricchezza delle famiglie. La mancanza di una rete di sicurezza sociale robusta mantiene elevata la propensione al risparmio precauzionale, mentre i redditi crescono lentamente e limitano la capacità di spesa. Secondo Kuijs, per stimolare i consumi sono necessari cambiamenti strutturali, tra cui l’ampliamento dell’accesso ai servizi pubblici, quali istruzione e assistenza sanitaria, in particolare per i lavoratori migranti nelle città.

Per sostenere la domanda interna, Pechino ha introdotto sussidi per gli acquisti di beni durevoli, veicoli elettrici e elettrodomestici, ha aumentato le pensioni e previsto incentivi per l’assistenza all’infanzia, ma finora queste misure non hanno inciso in modo sostanziale sui consumi. Il motore esterno continua a svolgere un ruolo decisivo. Nel 2025 le esportazioni hanno generato un surplus commerciale record di 1.190 miliardi di dollari, a conferma di un modello tuttora sbilanciato verso la manifattura. L’orientamento dell’economia globale e le frizioni commerciali con Washington, iniziate con i dazi varati dalla precedente amministrazione Trump e oggi in una tregua precaria, restano quindi variabili critiche, sia per le catene di fornitura sia per la capacità delle imprese cinesi di difendere i margini in un contesto di sovraccapacità e concorrenza interna sempre più aggressiva.

 

Dalle terre rare all’AI, la trama del conflitto d’interessi con gli Usa

Il nuovo piano quinquennale presentato a Pechino definisce con chiarezza il baricentro della strategia: la corsa ai vertici dell’high-tech. L’obiettivo dichiarato è “conquistare i vertici della scienza e dello sviluppo tecnologico”, trasformando settori come intelligenza artificiale, informatica quantistica, bio-produzione, energia da fusione, idrogeno, interfacce cervello-computer e reti mobili 6G nei futuri motori di crescita. Il documento richiama l’intelligenza artificiale decine di volte e la lega direttamente alla competitività economica, alla proiezione militare e all’influenza culturale del Paese.

Un’agenda che si sovrappone in modo evidente alle priorità strategiche statunitensi. Washington sta cercando di limitare l’accesso di Pechino a semiconduttori avanzati e tecnologie critiche; i leader cinesi, consapevoli di questo vincolo, puntano a ridurre la dipendenza dalle forniture occidentali costruendo un ecosistema domestico il più possibile autosufficiente. Xi Jinping ha invitato a “cogliere questa finestra di opportunità per consolidare ed espandere i nostri vantaggi”, mentre gli analisti sottolineano come gli obiettivi inseriti nel piano funzionino da segnali per burocrazia centrale, governi locali e grandi imprese, chiamati ad allineare strategie e investimenti alle priorità nazionali.

Il confronto con gli Stati Uniti si gioca anche sul terreno delle materie prime strategiche. In qualità di maggiore produttore mondiale di terre rare, Pechino intende “migliorare continuamente” il proprio vantaggio competitivo in questi minerali, utilizzati nei veicoli elettrici, nei motori aeronautici e nelle tecnologie di difesa. In passato le esportazioni sono già state limitate in risposta ai dazi americani e il piano prevede un ulteriore rafforzamento della capacità cinese di resistere a sanzioni e interferenze esterne. L’espansione della capacità industriale in comparti come batterie, pannelli solari, auto elettriche e robotica, unita alla possibilità di delocalizzare parte della produzione nei Paesi terzi, rischia di accrescere le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e con i loro principali partner, proprio nei segmenti considerati strategici anche dalle politiche industriali occidentali. “Penso che tra i politici cinesi ci sia una forte convinzione di poter prendere il sopravvento sugli Stati Uniti”, ha affermato Kyle Chan, ricercatore presso la Brookings Institution, come riporta il New York Times.

 

Il riarmo di Pechino non piacerà a Trump

Sul piano militare, Pechino ha annunciato per il 2026 un aumento del 7% della spesa per la difesa, a circa 277 miliardi di dollari, con l’obiettivo di modernizzare l’Esercito Popolare di Liberazione entro il 2035 e rafforzare le “capacità di combattimento avanzate”. La proiezione di potenza navale e aerea nel quadrante indo-pacifico, in un contesto di tensioni su Taiwan e di rivalità crescente con gli Stati Uniti, rende questa traiettoria particolarmente sensibile per Washington e per gli alleati regionali. Le epurazioni ai vertici militari non hanno modificato la linea di fondo: il consolidamento di uno strumento bellico in grado di reggere un confronto prolungato. In parallelo, il governo ha annunciato l’iniezione di circa 44 miliardi di dollari nelle banche statali, con il duplice obiettivo di stabilizzare il sistema finanziario e sostenere il credito alle imprese tecnologiche. Sono previsti interventi anche su altri fronti considerati strategici per la resilienza di lungo periodo: dalla “società amica del parto” per contrastare l’invecchiamento e il calo demografico, all’incremento della produzione di cereali fino a circa 725 milioni di tonnellate tra il 2026 e il 2030, fino all’accelerazione sui target di intensità di carbonio, che sostituiscono l’attenzione finora riservata alla sola intensità energetica.

Il quadro si inserisce in un contesto internazionale segnato da un uso assertivo dello strumento militare e dei dazi da parte degli Stati Uniti, dagli attacchi in Iran all’intervento in Venezuela con la cattura di Nicolás Maduro e il controllo dell’industria petrolifera del Paese. Secondo diversi ex funzionari americani, questi episodi hanno alimentato la convinzione, ai vertici cinesi, che Washington continuerà a ricorrere a sanzioni, restrizioni tecnologiche e dimostrazioni di forza per contenere l’ascesa di Pechino. La risposta potrebbe essere quella di un rafforzamento della cooperazione con Mosca e un tentativo di blindare l’economia cinese rispetto alle vulnerabilità esterne. In questo intreccio di crescita più lenta, ambizioni tecnologiche e riarmo, si collocano i nuovi punti di attrito tra la seconda economia mondiale e gli interessi strategici degli Stati Uniti.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

Ricevi gratis la copia di Borsa&Finanza

Ottieni la copia digitale del nostro magazine e resta aggiornato su mercati, economia e scenari finanziari