Credit Suisse: cosa significa la crisi finanziaria per le banche USA - Borsa&Finanza
Cerca
Close this search box.

Credit Suisse: cosa significa la crisi finanziaria per le banche USA

Credit Suisse: cosa significa la crisi finanziaria per le banche USA

Credit Suisse ha preso un po’ di respiro oggi alla Borsa di Zurigo, con le azioni in rialzo del 3,5%, dopo le tensioni di questi ultimi giorni. L’inizio settimana è stato traumatico, con gli investitori che hanno aumentato le scommesse su un possibile default del gigante finanziario svizzero, come dimostra il livello dei credit default swaps salito al punto più alto dalla crisi del 2008. E proprio il riferimento a quell’anno è tornato nella mente di alcuni analisti, che hanno equiparato la situazione attuale di Credit Suisse con quella di Lehman Brothers. Qualche analogia la si può anche riscontrare ma, stando a quanto riferiscono gli esperti di mercato, la solidità patrimoniale e il livello di liquidità della banca elvetica ancora assicurano di stare lontani dai rischi estremi.

Tuttavia, la situazione dovrà essere monitorata e appare chiaro che occorra capitale fresco per riuscire a rimettere in sesto l’istituto di credito. Il management della banca vorrebbe evitare un aumento di capitale, che sarebbe troppo diluitivo per le azioni. Una nuova emissione, infatti, dovrebbe aggirarsi almeno intorno ai 4 miliardi di franchi mentre, a causa delle perdite in Borsa subite in quest’ultimo anno e mezzo, la capitalizzazione di Credit Suisse è passata da oltre 30 miliardi a meno di 10 miliardi di franchi. L’idea è quella di privarsi di alcune attività di business importanti per fare cassa. Il pensiero è rivolto ai prodotti cartolarizzati, sebbene finora abbiano rappresentato un flusso di entrate notevole.

 

Credit Suisse: le banche USA sorvegliate speciali

Nel fine settimana l’Amministratore Delegato di Credit Suisse, Ulrich Koerner, ha tentato di rassicurare gli investitori definendo il contesto che interessa gli aspetti finanziari della banca solido e non preoccupante. Tuttavia, il messaggio non ha sortito alcun effetto, perché il mercato in questo momento è nel panico e aspetta maggiore chiarezza dal piano strategico dell’azienda in programma il 27 ottobre. Lì si capirà come la banca intenda uscirne fuori. In sostanza, se sarà sufficiente uno smobilizzo di unità di business oppure se si renderà necessario un aumento di capitale e in quale misura.

A Wall Street intanto monta la preoccupazione per le banche americane, in qualche modo coinvolte direttamente o per effetto domino nella crisi di Credit Suisse. Finora non ci sono stati segnali allarmistici, dal momento che gli istituti statunitensi hanno riportato profitti trimestrali durante le perdite della banca con sede a Zurigo. E nemmeno colossi come Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno subito l’impatto negativo del crash dell’hedge fund Archegos, su cui avevano investito e all’origine dei guai di Credit Suisse insieme al caso Greensill e ad altri scandali finanziari.

Secondo Keith Horowitz, analista di Citigroup, la situazione attuale è molto diversa da quella del 2007, poiché i bilanci delle banche americane oggi sono fondamentalmente diversi in termini di capitale e liquidità; giocoforza “si fa fatica a vedere qualcosa di sistemico”. Le tensioni, tuttavia, esistono e questo potrebbe portare ad esempio la Federal Reserve ad allentare la morsa sui tassi d’interesse, per evitare di destabilizzare il sistema finanziario.

Quest’ultimo normalmente trae vantaggio dall’incremento del costo del denaro, in quanto le banche possono alzare i tassi sui prestiti concessi molto più rapidamente di quanto fanno con i depositi dei clienti. Questa però non è una situazione normale, perché vi è un rischio di recessione molto forte se i tassi crescono troppo, facendo così aumentare i crediti in sofferenza e riducendo la domanda di mutui e finanziamenti. In definitiva, la situazione rimane tesa e i risultati del terzo trimestre possono essere una cartina di tornasole per vagliare lo stato di salute del settore bancario a stelle strisce. Anche senza l’effetto domino di Credit Suisse.

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *