Trenta miliardi al posto di cento. Nei mercati, a volte basta una cifra per capire che qualcosa sta cambiando. La decisione di Nvidia di sostituire il maxi-impegno pluriennale da 100 miliardi con un investimento azionario da 30 miliardi in OpenAI non è un semplice aggiustamento tecnico, ma un segnale preciso sull’evoluzione del boom dell’intelligenza artificiale. Rivelata dal Financial Times, la notizia arriva in un momento delicato per i titoli tecnologici statunitensi, scesi di circa il 17 per cento dall’inizio dell’anno, e per un settore che fino a pochi mesi fa sembrava immune da qualsiasi legge ciclica.
In questo articolo:
- Nvidia e l’investimento in OpenAI
- Quanto investirà OpenAI
- Perché rivedere l’accordo?
Nvidia e l’investimento in OpenAI
Per comprendere la portata dell’operazione occorre fare un passo indietro. L’accordo annunciato con grande enfasi nell’autunno scorso – che non era altro che una lettera d’intenti – prevedeva che Nvidia investisse dieci tranche da 10 miliardi ciascuna in OpenAI, seguendo la crescita della domanda di potenza di calcolo della startup guidata da Sam Altman. In cambio, il produttore di chip avrebbe ottenuto una quota significativa nel capitale della società simbolo dell’AI generativa. OpenAI, dal canto suo, si impegnava ad acquistare milioni di processori grafici Nvidia e a distribuire fino a 10 gigawatt di nuova capacità computazionale.
Era un patto industriale e finanziario insieme, quasi un’integrazione verticale mascherata da partnership strategica. E, come spesso accade nei momenti di euforia, il mercato lo aveva salutato come la consacrazione definitiva del dominio Nvidia nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale. Poche settimane dopo quell’annuncio, la capitalizzazione del gruppo superava i 5mila miliardi di dollari, un livello che fino a poco tempo prima apparteneva solo alla fantasia degli analisti più ottimisti. Tuttavia, l’accordo non ha mai superato la fase preliminare. Non è mai diventato un contratto formale. A gennaio il Wall Street Journal parlava infatti di un’intesa congelata. Ora arriva la sostituzione con un’operazione più lineare: fino a 30 miliardi di dollari di investimento azionario diretto, all’interno di un round complessivo che dovrebbe raccogliere oltre 100 miliardi e valutare OpenAI 730 miliardi, escluso il nuovo capitale.
Quanto investirà OpenAI
La cifra, già di per sé colossale, assume contorni ancora più impressionanti se si considera il contesto. OpenAI avrebbe comunicato ai potenziali investitori l’intenzione di spendere circa 600 miliardi di dollari in risorse computazionali entro il 2030, tra forniture Nvidia, infrastrutture cloud di Amazon e Microsoft, e altri partner. Se mantenuto, si tratterebbe di un piano di investimento industriale paragonabile a quelli delle grandi utility energetiche o dei giganti delle telecomunicazioni nel pieno delle liberalizzazioni. Bisognerà quindi capire cosa cambierà nella struttura degli incentivi, nel profilo di rischio e nella percezione del mercato.
Il vecchio accordo da 100 miliardi aveva una natura quasi circolare. Nvidia avrebbe finanziato OpenAI; mentre la startup avrebbe utilizzato gran parte di quei fondi per acquistare chip Nvidia. Contestualmente, l’aumento della domanda avrebbe sostenuto i ricavi e gli utili di Nvidia, rafforzando la sua valutazione. Di conseguenza, una capitalizzazione più elevata avrebbe reso più agevole ulteriori investimenti. Una spirale virtuosa, almeno sulla carta. Ma anche un meccanismo che alcuni analisti avevano iniziato a guardare con sospetto, temendo la formazione di una bolla alimentata da flussi di capitale che rimbalzavano all’interno dello stesso ecosistema.
Non si trattava solo di Nvidia e OpenAI. Nel frattempo, la società guidata da Altman aveva stretto accordi complessi con produttori rivali di semiconduttori come AMD e Broadcom, oltre che con fornitori di cloud come Oracle. Una rete di partnership che intrecciava fornitori, clienti e investitori in una struttura sempre più interdipendente.
Perché rivedere l’accordo?
Sono diverse le ragioni che potrebbe aver spinto Nvidia a rivedere l’accordo. Seguendo l’ipotesi prudenziale, la società diretta da Jensen Huang potrebbe aver preferito limitare l’impegno vincolante di lungo periodo, mantenendo flessibilità finanziaria dato il contesto di volatilità crescente e di flessione dei titoli tecnologici. Un conto è promettere 100 miliardi distribuiti su più anni in funzione della domanda, un altro è versare 30 miliardi oggi in cambio di una partecipazione azionaria, lasciando aperta la porta a future operazioni ma senza un obbligo predeterminato.
La seconda ipotesi è per lo più negoziale. La valutazione di 730 miliardi attribuita a OpenAI, prima del nuovo capitale, implica multipli straordinariamente elevati anche per un’azienda con ricavi annualizzati oltre i 20 miliardi di dollari e una crescita che ha triplicato anno su anno insieme alla capacità computazionale disponibile. Ridurre la dimensione dell’investimento potrebbe essere un modo per riequilibrare il rapporto tra capitale investito e quota ottenuta. Infine, la terza ragione è prettamente sistemica.
Il boom dell’intelligenza artificiale ha raggiunto una fase in cui la scarsità non è più soltanto quella dei chip, ma dell’energia e dell’infrastruttura. OpenAI sostiene che l’accesso alla potenza di calcolo sarà la migliore difesa contro i concorrenti e sta cercando di assicurarsi forniture di elettricità e data center in misura massiccia. Tuttavia, impegnarsi in anticipo su 100 miliardi di dollari di investimenti legati a un unico cliente avrebbe potuto esporre Nvidia a rischi concentrati, soprattutto se la domanda finale di servizi AI dovesse rallentare o normalizzarsi.
Il nuovo round di finanziamento di OpenAI non vede però solo Nvidia. Sono in fase avanzata negoziazioni con SoftBank per un investimento da 30 miliardi e con Amazon per un possibile impegno fino a 50 miliardi nell’ambito di una partnership più ampia sull’utilizzo dei modelli AI. Sono attesi contributi miliardari anche dal fondo tecnologico sostenuto dallo Stato di Abu Dhabi, MGX, e da Microsoft, storico alleato di OpenAI. A ciò si aggiunge un altro importante fattore che non può essere dimenticato: entro il 2026 OpenAI dovrebbe fare il suo grande salto e approdare in Borsa.









