C’è un momento in cui la politica economica smette di intervenire sui margini e decide di riscrivere le premesse. Non si tratta più di limare una soglia, di rinviare una scadenza o di ammorbidire uno standard tecnico: si interviene sul fondamento che legittima l’intero impianto regolatorio. È ciò che sta facendo l’amministrazione di Donald Trump mettendo mano alla base scientifica che sostiene la regolazione federale delle emissioni di gas serra negli Stati Uniti.
In questo articolo:
- Trump riscrive la sostenibilità
- Il vantaggio per le big tech
Trump riscrive la sostenibilità
Il punto di partenza è l’”endangerment finding” adottato nel 2009 dall’Environmental Protection Agency, la determinazione con cui l’agenzia stabilì che i gas serra costituiscono una minaccia per la salute pubblica e il benessere dei cittadini americani. Senza quell’atto, l’EPA non avrebbe avuto la base giuridica per imporre limiti alle emissioni di centrali elettriche, veicoli e impianti industriali. Tuttavia, come evidenziato da Reuters, la Casa Bianca ha deciso rivedere o revocare quella conclusione, aprendo un fronte legale destinato a durare.
Non si tratta soltanto di un passaggio tecnico. La revisione dell’”endangerment finding” equivale a rimettere in discussione il presupposto scientifico che ha consentito per oltre quindici anni di costruire standard sempre più stringenti sulle emissioni. Significa affermare che la minaccia climatica, pur riconosciuta a livello internazionale, non giustifica – nei termini fin qui adottati – un intervento federale così pervasivo. La motivazione dell’amministrazione è esplicitamente economica. L’impianto regolatorio avrebbe gravato eccessivamente sull’industria americana, comprimendone la competitività.
In questa logica si inserisce anche l’idea dello stesso Donald Trump, riportata dal Financial Times, di rivedere al ribasso i dazi imposti su acciaio e alluminio introdotti la scorsa estate (che arrivano fino al 50%) e che si estendono anche ai prodotti realizzati con questi metalli, come elettrodomestici e beni per la casa. La scelta è maturata perché al Dipartimento del Commercio e dell’Ufficio del Rappresentante al Commercio è emersa la convinzione che le tariffe stiano alimentando l’aumento dei prezzi per i consumatori americani. Uno studio dellaFed di New York ha infatti evidenziato che nel 2025 sono stati le aziende e i consumatori statunitensi a pagare quasi il 90% del costo legato alle tariffe.
La strategia di Trump è quindi abbastanza chiara: alleggerire i vincoli ambientali e ricalibrare le politiche commerciali per favorire la manifattura interna, ridurre i costi produttivi, sostenere i settori energivori. Il comparto energetico è il primo beneficiario potenziale. Se la base giuridica per limitare le emissioni delle centrali viene indebolita, la generazione da fonti fossili – in particolare gas naturale – può espandersi con minori vincoli. L’obiettivo dichiarato è contenere i costi dell’energia, soprattutto in un contesto di domanda crescente.
Il vantaggio per le big tech e l’automotive
In questo contesto si inserirebbe un importante vantaggio per le big tech. L’esplosione dei data center legati a cloud e intelligenza artificiale ha fatto dell’energia una variabile strategica per i colossi digitali. Questa revisione quindi darebbe vita a un accordo tacito tra amministrazione e grandi aziende tecnologiche per evitare che i costi energetici ricadano sulle famiglie, garantendo al contempo forniture abbondanti per i data center.
Se l’energia torna a essere prodotta in misura maggiore da fonti fossili con minori obblighi ambientali, il prezzo all’ingrosso può risultare più competitivo nel breve periodo. Per le big tech, che gestiscono infrastrutture energivore e pianificano investimenti miliardari, si tratta di un vantaggio non marginale. Anche il settore automobilistico osserva con attenzione. Gli standard sulle emissioni dei veicoli sono stati costruiti proprio sulla base dell’”endangerment finding”. Se quella base viene rivista, si apre la strada a una riconsiderazione delle tempistiche e dell’intensità della transizione verso l’elettrico. In un mercato che ha mostrato segnali di rallentamento nella domanda di veicoli a zero emissioni, una maggiore gradualità può offrire respiro ai bilanci delle case automobilistiche.
Sul piano giuridico, la battaglia è appena iniziata. Stati federati e organizzazioni ambientaliste sono pronti a impugnare ogni atto che smantelli l’”endangerment finding”. Il confronto potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema. Nel frattempo, però, l’effetto politico è chiaro: la sostenibilità non è più il principio ordinatore della politica industriale federale, bensì una variabile subordinata alla competitività.









