Per anni il cambiamento climatico è stato considerato soprattutto una questione ambientale. Un tema da affrontare nei summit internazionali, nelle politiche energetiche o nei piani di sostenibilità delle grandi multinazionali. Oggi quella fase sembra definitivamente superata. Il clima è diventato una variabile economica a tutti gli effetti, capace di incidere sulla crescita, sulla competitività delle imprese, sulla stabilità finanziaria e perfino sulla sostenibilità dei conti pubblici.
L’urgenza del tema emerge anche dalle considerazioni di Paolo D’Aprile, Sustainability Leader di Deloitte Central Mediterranean. Secondo D’Aprile, la posizione geografica dell’Italia nel Mediterraneo rende il Paese uno di quelli in cui gli effetti del cambiamento climatico si stanno manifestando con maggiore rapidità. Le principali proiezioni indicano infatti un incremento delle temperature superiore ai due gradi rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio. In questo contesto, osserva il manager, gli investimenti in mitigazione e adattamento non possono più essere interpretati esclusivamente come una risposta agli obblighi normativi o alle richieste del mercato finanziario. Al contrario, rappresentano un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita, innovazione e resilienza delle imprese e dei territori.
In questo articolo:
- Le stime degli impatti del cambiamento climatico
- I settori più a rischio
- Danni da cambiamento climatico, le aziende sono pronte?
- Il ruolo dell’intelligenza artificiale
Le stime degli impatti del cambiamento climatico
Le conseguenze economiche sono già visibili. Eventi meteorologici estremi, ondate di calore, alluvioni e periodi di siccità stanno aumentando in frequenza e intensità, generando costi crescenti per famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche. Ma la vera sfida riguarda il futuro. Secondo le analisi contenute nel report Deloitte “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, il conto potrebbe diventare sempre più pesante nei prossimi decenni.
Lo studio stima che i danni diretti alle infrastrutture italiane provocati dagli effetti del cambiamento climatico potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro all’anno entro il 2030 e arrivare a 5 miliardi entro il 2050. Si tratta di una cifra che fotografa soltanto una parte del problema. Quando un’infrastruttura viene danneggiata, infatti, il costo non si limita alla sua riparazione. Entrano in gioco effetti indiretti che spesso risultano persino più onerosi.
La chiusura di una rete stradale, il blocco di una linea ferroviaria, l’interruzione di un servizio energetico o idrico producono conseguenze lungo tutta la catena economica. Le imprese subiscono ritardi, aumentano i costi logistici, rallentano le attività produttive e in alcuni casi sono costrette a sospendere temporaneamente la propria operatività. Considerando questi effetti indiretti, Deloitte stima che il costo complessivo possa arrivare a una forchetta compresa tra 11,5 e 18 miliardi di euro l’anno entro la metà del secolo. Il tema assume una rilevanza ancora maggiore se si considera la struttura dell’economia italiana. Molte filiere produttive dipendono da reti logistiche complesse e da una forte integrazione territoriale. Una vulnerabilità delle infrastrutture si trasforma quindi rapidamente in una vulnerabilità delle imprese.
I settori più a rischio
La questione non riguarda soltanto l’industria. Uno dei comparti più esposti è il turismo, che rappresenta una delle principali risorse economiche del Paese. Secondo il report, in uno scenario caratterizzato da un incremento della temperatura media pari a quattro gradi, la domanda turistica potrebbe ridursi fino all’8,9%, con perdite dirette stimate in circa 52 miliardi di euro. Anche in uno scenario più contenuto, con un aumento delle temperature di due gradi, le perdite dirette ammonterebbero comunque a circa 17 miliardi.
Si tratta di numeri che aiutano a comprendere come il cambiamento climatico non sia più soltanto una questione ambientale ma un vero fattore di competitività economica. Il turismo italiano si fonda infatti su una combinazione di patrimonio culturale, attrattività paesaggistica e condizioni climatiche favorevoli. Alterazioni significative di questo equilibrio possono modificare i flussi turistici, cambiare la stagionalità delle destinazioni e incidere direttamente sui ricavi di interi territori. Le conseguenze non si fermano ai singoli settori produttivi. Il report evidenzia come gli effetti del rischio climatico possano riflettersi sull’intera economia nazionale. Le simulazioni elaborate indicano una possibile riduzione del prodotto interno lordo compresa tra l’1,6% e il 6% entro il 2050 rispetto a uno scenario privo degli impatti climatici considerati.
Danni da cambiamento climatico, le aziende sono pronte?
Se questo è il quadro macroeconomico, il dato forse più interessante emerso dall’indagine Deloitte riguarda il livello di preparazione delle piccole e medie imprese italiane. È qui che emerge il vero paradosso. Da un lato il rischio climatico assume una dimensione sempre più concreta e misurabile. Dall’altro molte aziende continuano a considerarlo un tema secondario. Soltanto il 34% delle imprese intervistate attribuisce al rischio climatico un ruolo significativo o centrale nei propri sistemi di gestione del rischio. Ancora più indicativo è il fatto che appena il 39% dichiari un’esposizione molto o abbastanza elevata ai rischi climatici fisici in un orizzonte temporale di dieci anni.
La percezione appare dunque inferiore rispetto alla portata degli impatti attesi. Una distanza che si riflette anche nelle scelte operative. Solo il 14% delle Pmi ha adottato misure finalizzate a garantire la continuità operativa in caso di eventi estremi. Ancora meno, appena il 10%, ha introdotto interventi specifici per l’adattamento di infrastrutture e asset fisici. In sostanza, la maggioranza delle aziende non ha ancora sviluppato strategie strutturate per affrontare un fenomeno destinato a influenzare in misura crescente le attività economiche.
Il quadro che emerge dall’indagine è quello di un sistema imprenditoriale che procede a velocità differenti. Se le grandi aziende hanno progressivamente integrato la sostenibilità e il rischio climatico nei propri processi decisionali, una parte significativa delle piccole e medie imprese appare ancora in ritardo. Una situazione evidenziata anche da Elio Santoro, General Manager di Deloitte Climate & Sustainability, secondo cui il percorso di consapevolezza e adattamento delle Pmi italiane resta ancora disomogeneo. Le imprese di minori dimensioni, sottolinea Santoro, sono chiamate a compiere un salto di qualità perché gli interventi attualmente previsti risultano spesso poco strutturali e fortemente concentrati su strumenti di protezione come le coperture assicurative, mentre la pianificazione degli investimenti continua a privilegiare orizzonti temporali relativamente brevi.
La questione è particolarmente rilevante perché le pmi rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo italiano. Una loro insufficiente preparazione rischia di trasformarsi in una vulnerabilità sistemica per l’intera economia nazionale. Anche le scelte di investimento confermano questa impostazione prudente. L’83% delle imprese dichiara di ragionare su un orizzonte temporale non superiore a cinque anni, mentre il 77% prevede investimenti inferiori a 100 mila euro nell’arco dei prossimi tre anni. L’approccio appare quindi orientato al breve periodo, mentre la natura del rischio climatico richiederebbe una pianificazione di lungo termine e investimenti progressivi ma strutturali.
Le principali destinazioni delle risorse mostrano inoltre una preferenza per strumenti tradizionali. Le coperture assicurative rappresentano la voce di investimento più citata, con il 54% delle indicazioni. Seguono gli interventi di adattamento infrastrutturale, fermi al 23%, e i sistemi di monitoraggio del rischio, indicati dal 20% delle imprese. La prevalenza delle polizze assicurative suggerisce una strategia basata prevalentemente sul trasferimento del rischio piuttosto che sulla sua riduzione. Si tratta di una scelta comprensibile nel breve periodo ma che potrebbe rivelarsi insufficiente se gli eventi estremi dovessero continuare ad aumentare in frequenza e severità.
Un altro elemento che emerge con forza riguarda il rapporto tra imprese e sistema finanziario. Soltanto il 18% delle aziende intervistate ritiene di essere pienamente preparato a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni in materia di rischio climatico fisico. È un dato destinato ad assumere un’importanza crescente. Le informazioni sul rischio climatico stanno infatti diventando parte integrante delle valutazioni effettuate dagli intermediari finanziari. Le imprese che sapranno misurare la propria esposizione e dimostrare strategie di adattamento credibili potrebbero beneficiare di condizioni più favorevoli. Al contrario, chi non sarà in grado di fornire queste informazioni rischia di affrontare maggiori difficoltà nell’accesso a credito e coperture.
Il ruolo dell’intelligenza artificiale
In questo scenario la tecnologia può svolgere un ruolo decisivo. Deloitte individua nell’intelligenza artificiale una delle principali leve per aumentare la resilienza climatica delle infrastrutture e migliorare l’efficacia degli investimenti. Paolo D’Aprile sottolinea come sia per le amministrazioni pubbliche sia per le imprese diventi sempre più importante valutare le applicazioni dell’IA in funzione della propria esposizione ai rischi climatici. L’obiettivo è utilizzare strumenti avanzati di analisi e previsione per indirizzare meglio le risorse disponibili, rafforzando al tempo stesso digitalizzazione, infrastrutture tecnologiche, strategie di gestione dei dati e monitoraggio continuo dei rischi.
Tuttavia, la diffusione di questi strumenti appare ancora limitata. Non più del 18% delle imprese intervistate utilizza soluzioni digitali avanzate, piattaforme dedicate o strumenti basati sull’intelligenza artificiale per la gestione del rischio climatico. Il dato conferma come la sfida non riguardi soltanto la disponibilità delle tecnologie ma anche la capacità delle organizzazioni di integrarle nei propri processi decisionali. Il messaggio che emerge dal report è chiaro. Il cambiamento climatico non rappresenta più una variabile esterna da monitorare occasionalmente. È un fattore destinato a incidere sulla competitività delle imprese, sull’attrattività dei territori, sulla stabilità finanziaria e sulle prospettive di crescita del Paese.









