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Dollaro USA: per UBS la crescita potrebbe essere finita

Dollaro USA: per UBS la crescita potrebbe essere finita

Il dollaro USA potrebbe aver finito la benzina, secondo UBS. Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer della banca svizzera ha osservato come la moneta americana abbia da inizio anno sostenuto un rally impressionante rispetto alle principali valute, arrivando quasi ai massimi degli ultimi 20 anni. Questo è dovuto a vari fattori, per l’esperto. Innanzitutto la Federal Reserve che, rispetto alle altre Banche centrali, si è mossa con maggior celerità e decisione per aumentare i tassi d’interesse e stringere sulla quantità di moneta in circolazione.

Inoltre, gli investitori si sono rifugiati nel biglietto verde a causa delle tensioni a livello geopolitico, con la guerra Russia-Ucraina che ha tenuto banco nel palcoscenico internazionale. A questo si aggiunge il fatto che le misure punitive imposte dall’Occidente alla Russia abbiano ripercussioni negative più accentuate sull’Europa che sugli Stati Uniti, in considerazione del fatto che il Vecchio Continente è più direttamente coinvolto nella questione energetica. Di conseguenza l’euro è maggiormente sotto pressione rispetto al dollaro USA.

 

 

EUR/USD: tra un anno a 1,10

Tutto questo sicuramente ha fatto propendere per il biglietto verde nelle scelte d’investimento, ma ora la situazione potrebbe cambiare, a giudizio di Ramenghi, in quanto gran parte di tutti questi fattori potrebbe essere già incorporata nei prezzi. Il CIO di UBS ritiene che il cambio EUR/USD per tutto il 2022 non si sposti molto dal livello attuale, che viaggia intorno a 1,07. Il prossimo anno però ci sarà un ritorno a 1,10, perché il Dollaro USA non avrà più lo spazio per rafforzarsi. Ramenghi sottolinea che il mercato ha già scontato le aspettative sui prossimi aumenti dei tassi da parte della Fed, ma quello che ancora non ha prezzato sono i segnali di debolezza dell’economia americana che potrebbero incidere sulle decisioni della Banca Centrale. Se la crescita dovesse rallentare troppo o addirittura tramutarsi in recessione, ci potrebbe anche essere qualche passo indietro dell’istituto monetario, che peserebbe sulle quotazioni del dollaro. Inoltre, va considerato anche il fatto che l’inflazione potrebbe aver raggiunto il picco e quindi prepararsi a una discesa. Poi bisognerà vedere quanto questa sia rapida, ma di certo comporterà un allentamento dell’aggressività da parte della Federal Reserve.

 

Dollaro USA? meglio le valute degli esportatori di materie prime

Ramenghi considera il mercato valutario sempre più multicentrico, dove l’egemonia del dollaro USA viene meno ed emergono altre valute come quella cinese e l’euro. Nel medio termine la valuta statunitense non dovrebbe sgretolare la sua dominanza, a giudizio dell’esperto, però è da notare come il peso del dollaro nelle riserve di valuta estera sia diminuito di oltre 10 punti percentuali negli ultimi 20 anni, sebbene ancora rappresenti una quota di circa il 60%.

Tale processo potrebbe adesso avere un’accelerazione con l’escalation delle tensioni a livello geopolitico. Per questo per il futuro Ramenghi non vede un sovrappeso del dollaro USA in portafoglio. Piuttosto meglio concentrarsi sulle valute degli esportatori di materie prime come dollaro australiano, corona norvegese e dollaro canadese, le quali potrebbero approfittare dello stato di grazia che in questo momento le materie prime stanno vivendo soprattutto sul fronte energetico.

 

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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