Donald Trump chiama a raccolta alcuni tra i più potenti protagonisti della Silicon Valley: Mark Zuckerberg, Larry Ellison e Jensen Huang. L’obiettivo? Costruire l’ossatura di un nuovo consiglio tecnologico incaricato di orientare le politiche sull’intelligenza artificiale.
In questo articolo:
- Trump, gli Usa e l’intelligenza artificiale
- La triade Zuckerberg, Huang, Ellison
- Lo “Stato nello Stato”
- Il piano di Trump
Trump, gli Usa e l’intelligenza artificiale
Rivelata dal Wall Street Journal, la decisione di Trump non è una semplice nomina, né un gesto simbolico. È un atto che, letto con attenzione, racconta molto di più: il tentativo di istituzionalizzare una convergenza tra potere politico e potere tecnologico che negli ultimi anni si è già manifestata in forme meno esplicite. La differenza, oggi, è che questa convergenza viene formalizzata, rivendicata, quasi esibita come leva strategica per garantire agli Stati Uniti un vantaggio competitivo nella cosiddetta “Golden Age of Innovation“.
Secondo quanto riportato dal quotidiano americano, il nuovo PCAST, il President’s Council of Advisors on Science and Technology, sarà co-presieduto da figure già inserite nell’orbita dell’amministrazione, come David Sacks e Michael Kratsios, e comprenderà una prima tranche di tredici membri, destinata a espandersi fino a ventiquattro. Tra questi, oltre ai tre nomi simbolicamente più forti, figurano anche personalità come Sergey Brin e Michael Dell. Ma è evidente che il baricentro mediatico, industriale e politico della notizia ruota attorno a quella che si può definire senza eccessi retorici una vera e propria triade: Zuckerberg, Ellison, Huang. Tre uomini, tre aziende, tre snodi fondamentali dell’ecosistema tecnologico globale.
La triade Zuckerberg, Huang, Ellison
Entrando nel merito di questa triade, Zuckerberg rappresenta il dominio delle piattaforme sociali e, sempre più, delle infrastrutture immersive e dei modelli di interazione digitale. Ellison incarna il potere silenzioso ma decisivo dei database, del cloud e delle architetture informatiche che sostengono tanto il settore pubblico quanto quello privato. Huang, infine, è il simbolo dell’hardware strategico: i semiconduttori avanzati, le gpu senza le quali l’intelligenza artificiale contemporanea semplicemente non esisterebbe.
Mettere insieme questi tre pilastri significa, in sostanza, coprire l’intera filiera dell’intelligenza artificiale: dai dati all’elaborazione, fino alla distribuzione e all’interfaccia con l’utente. Non è un caso, dunque, che l’amministrazione Trump abbia scelto proprio questa configurazione. È una scelta che riflette una visione precisa: quella di un’America che intende giocare la partita dell’intelligenza artificiale non solo sul piano regolatorio, ma su quello industriale e infrastrutturale.
Eppure, proprio in questa apparente razionalità strategica si annida un’ambiguità profonda, che richiama alla mente categorie classiche dell’economia politica: il rischio di uno “Stato nello Stato”. Quando i principali attori privati di un settore diventano al tempo stesso consiglieri diretti del potere pubblico chiamato a regolarli, la distinzione tra regolatore e regolato si assottiglia fino quasi a dissolversi. Non si tratta necessariamente di una degenerazione immediata o automatica. Ma è indubbio che si crea una zona grigia, in cui gli interessi industriali e quelli collettivi tendono a sovrapporsi, se non a confondersi.
Lo “Stato nello Stato”
Il caso di Zuckerberg è, da questo punto di vista, emblematico. Meta Platforms è da anni al centro di un contenzioso politico e sociale che attraversa più dimensioni: dalla gestione dei dati personali alla diffusione di contenuti problematici, fino al tema sempre più delicato della dipendenza digitale, in particolare tra i minori. Negli Stati Uniti e in Europa, il dibattito regolatorio su questi temi è tutt’altro che concluso, e vede proprio Meta tra i principali soggetti sotto osservazione.
Affidare a Zuckerberg un ruolo di primo piano nella definizione delle politiche sull’intelligenza artificiale significa, inevitabilmente, attribuire a uno dei principali “sorvegliati speciali” anche la funzione di consigliere del legislatore. Una scelta che può essere letta in due modi. Da un lato, come il riconoscimento pragmatico del fatto che le competenze tecniche e la capacità di innovazione risiedono, oggi, in larga misura nel settore privato. Dall’altro, come un potenziale cortocircuito istituzionale, in cui il rischio di conflitto di interessi diventa strutturale.
Lo stesso discorso, mutatis mutandis, vale per Ellison e Huang. Oracle Corporation è uno dei principali fornitori di tecnologie per governi e grandi imprese, mentre Nvidia è diventata negli ultimi anni una sorta di “infrastruttura critica” dell’economia digitale globale. Le sue gpu sono il cuore pulsante dei modelli di intelligenza artificiale, e la loro disponibilità o scarsità ha implicazioni geopolitiche evidenti, come dimostrano le tensioni commerciali con la Cina.
In questo contesto, la presenza di Huang in un organismo consultivo della Casa Bianca assume un significato che va ben oltre la dimensione tecnica. Significa portare direttamente al tavolo delle decisioni pubbliche un attore che è al tempo stesso beneficiario e, in parte, determinante delle politiche industriali in materia di semiconduttori. È qui che il discorso si allarga e diventa sistemico. La scelta di Trump non è un’anomalia isolata, ma si inserisce in una tendenza più ampia che caratterizza le economie avanzate: il ritorno dello Stato come attore attivo nella definizione delle traiettorie tecnologiche, ma in stretta simbiosi con i grandi gruppi privati.
Negli anni Novanta e Duemila, l’ideologia dominante era quella della separazione: lo Stato doveva limitarsi a creare un quadro regolatorio favorevole, lasciando al mercato il compito di allocare risorse e guidare l’innovazione. Oggi, quella stagione appare superata. La competizione globale, in particolare con la Cina, ha riportato al centro il tema della sovranità tecnologica. E con essa, la necessità – o almeno la percezione della necessità – di una collaborazione stretta tra pubblico e privato.
Il piano di Trump
Trump, da questo punto di vista, sembra voler portare alle estreme conseguenze questa logica. Non si limita a dialogare con le big tech: le integra, di fatto, nel processo decisionale. È una scelta che può rafforzare la capacità di risposta degli Stati Uniti in un settore strategico come l’intelligenza artificiale. Ma che, allo stesso tempo, solleva interrogativi non banali sul piano della governance democratica. Chi controlla chi, in un sistema in cui i controllori e i controllati coincidono, almeno in parte? Qual è il perimetro entro cui si muove l’interesse pubblico, quando questo viene definito insieme a soggetti che hanno interessi privati enormi e spesso divergenti?
Un ulteriore elemento da considerare è il cambio di clima rispetto al primo mandato di Trump. Allora, la relazione tra la Casa Bianca e la Silicon Valley era caratterizzata da tensioni, boicottaggi e dimissioni clamorose. Oggi si assiste a una disponibilità molto più ampia, da parte dei leader tecnologici, ad assumere ruoli di consulenza all’interno dell’amministrazione.
Le ragioni di questo cambiamento sono molteplici. Da un lato, le big tech hanno maturato una consapevolezza maggiore del proprio ruolo geopolitico. Dall’altro, la crescente pressione regolatoria ha probabilmente spinto queste aziende a cercare un dialogo più diretto con il potere politico, anche per influenzarne le scelte. In questo senso, la partecipazione al PCAST può essere letta anche come una forma di “assicurazione strategica”: essere dentro il processo decisionale per evitare di subirlo passivamente. Una logica che, peraltro, non è nuova nella storia del capitalismo, ma che nell’era dell’intelligenza artificiale assume una portata inedita, data la centralità di queste tecnologie per l’intero sistema economico e sociale.
C’è poi un aspetto, più sottile ma non meno rilevante, che riguarda la narrazione. Trump ha più volte insistito sull’idea di una “Golden Age of Innovation”, un’età dell’oro dell’innovazione in cui gli Stati Uniti devono affermare la propria leadership. La creazione di un consiglio composto da figure iconiche come Zuckerberg, Ellison e Huang contribuisce a rafforzare questa narrazione, dando l’immagine di un Paese capace di mobilitare le sue migliori energie per affrontare le sfide del futuro.









