Il nuovo fronte di tensione geopolitica apertosi in Medio Oriente torna a riportare l’energia al centro delle preoccupazioni di mercati e imprese. Il conflitto con l’Iran e le ripercussioni sulla sicurezza dei traffici nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici globali, stanno alimentando una nuova fase di volatilità sui prezzi delle materie prime energetiche, con effetti che si propagano rapidamente lungo le filiere produttive e finanziarie.
Come sottolinea Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia, le conseguenze di queste tensioni non si fermano ai mercati energetici ma si estendono all’intero sistema economico internazionale. “Il conflitto con l’Iran ha colpito uno dei principali snodi energetici globali, lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. La riduzione del traffico di petroliere ha immediatamente spinto al rialzo le quotazioni del greggio, aumentando la volatilità sui mercati energetici. L’effetto si è rapidamente trasmesso anche ai mercati finanziari e valutari: gli investitori tendono a rifugiarsi nelle valute considerate più sicure, mentre le economie più dipendenti dalle importazioni di energia risultano più esposte. Per le imprese che operano a livello internazionale l’impatto è immediato. L’aumento dei costi dell’energia, dei trasporti e l’instabilità dei cambi si riflettono lungo tutta la catena produttiva, comprimendo i margini e alimentando pressioni inflazionistiche. In questo contesto diventa sempre più importante per le aziende dotarsi di strumenti adeguati per gestire pagamenti internazionali, coperture valutarie e flussi finanziari tra diversi Paesi. Affidarsi a partner specializzati nei servizi cross-border può aiutare le imprese a mitigare i rischi legati alla volatilità dei cambi e a mantenere maggiore stabilità nelle operazioni internazionali”.
In questo articolo:
- L’impatto sulle filiere produttive
- Prezzi e investimenti: l’incertezza nel mercato dell’energia
- La risposta: rinnovabili e autonomia energetica
L’impatto sulle filiere produttive
Le conseguenze della volatilità energetica non riguardano però solo i mercati finanziari o i costi industriali, ma stanno iniziando a riflettersi anche nei rapporti contrattuali tra imprese, soprattutto nelle filiere più esposte all’aumento dei costi energetici e logistici. L’avv. Simona Cardillo, partner di Lexant SBtA, osserva che “le tensioni sulle rotte energetiche e marittime stanno producendo effetti molto concreti sui rapporti tra imprese. L’aumento dei costi dell’energia e della logistica incide direttamente sull’equilibrio economico dei contratti di fornitura, di trasporto e di approvvigionamento, soprattutto quando non sono previste clausole di adeguamento dei prezzi o meccanismi di revisione. In queste situazioni diventano centrali strumenti giuridici come la forza maggiore, l’hardship o la rinegoziazione per sopravvenuta eccessiva onerosità, che consentono alle parti di gestire shock esterni non prevedibili. Per molte imprese il caro energia si traduce in una pressione immediata sui margini e sulla capacità di rispettare impegni contrattuali già assunti. In questo contesto diventa sempre più evidente quanto sia strategico accelerare sullo sviluppo delle rinnovabili per ridurre l’esposizione delle imprese alla volatilità delle fonti fossili e rafforzare l’autonomia energetica del sistema produttivo. Allo stesso tempo, chi ha interessi nell’area deve proteggerli con gli strumenti giusti, legali, assicurativi e operativi, senza abbandonarli: mantenere una presenza, anche solo simbolica, significa costruire un credito relazionale che nella fase post-crisi può rivelarsi determinante”.
Prezzi e investimenti: l’incertezza nel mercato dell’energia
In un contesto già segnato da instabilità geopolitica, anche il quadro regolatorio europeo e nazionale contribuisce ad alimentare incertezza tra operatori e investitori del settore energetico. Secondo Stefano Cassella, founding partner e amministratore delegato di Arcus Financial Advisors, le recenti misure normative rischiano infatti di incidere sulle dinamiche di prezzo e sulla sostenibilità finanziaria di molti progetti energetici. “Il Decreto Bollette, approvato dal governo il 18 febbraio e ora in attesa di conversione entro il 21 aprile, nasce con l’obiettivo ambizioso di ridurre il costo dell’elettricità per famiglie e imprese in un mercato energetico sempre più complesso e interconnesso. La sua lunga gestazione riflette proprio la difficoltà di intervenire in un sistema complesso dal punto di vista normativo, regolamentare e operativo e dove si intrecciano interessi diversi e spesso confliggenti. Tra le misure più discusse c’è il rimborso agli impianti a gas dei costi ETS e di trasporto del gas, che potrebbe ridurre il costo di generazione e incidere sulla formazione dei prezzi anche per le rinnovabili. In questo scenario il mercato vive una fase di forte incertezza: operatori e analisti stanno rivedendo le curve di prezzo e molti progetti finanziati in project financing potrebbero trovarsi sotto pressione, così come diventa difficile oggi stimare i ritorni di nuove iniziative. A rendere il quadro ancora più instabile si aggiungono poi i fattori geopolitici, come le tensioni nel Golfo Persico che rischiano di rendere rapidamente obsolete molte delle analisi oggi disponibili”.
La risposta: rinnovabili e autonomia energetica
Se la volatilità dei prezzi energetici è tornata a essere un fattore strutturale, per molte imprese italiane la risposta passa sempre più dall’accelerazione sugli investimenti in fonti rinnovabili e in soluzioni di produzione distribuita. Moreno Scarchini, amministratore delegato di EnergRed, sottolinea come una parte importante della soluzione possa arrivare anche dal rinnovamento del parco fotovoltaico esistente.
“In Italia esiste oggi un ampio parco di impianti fotovoltaici realizzati tra il 2010 e il 2012, negli anni di maggiore diffusione degli incentivi, che in molti casi non sono stati adeguatamente manutenuti o aggiornati e rappresentano quindi un potenziale energetico solo parzialmente sfruttato. Il revamping di questi impianti offre un’opportunità concreta: con le tecnologie attuali è possibile aumentare la potenza installata negli stessi spazi autorizzati e migliorare significativamente la produzione energetica complessiva. A livello nazionale questo potrebbe tradursi in circa 9,2 GWp di potenza aggiuntiva e fino a 20 TWh di energia all’anno senza nuovo consumo di suolo. In una fase di forte volatilità dei prezzi energetici, accelerare su soluzioni di questo tipo significa anche rafforzare la competitività delle imprese italiane e ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, generando allo stesso tempo una nuova filiera di investimenti stimata tra i 23 e i 24 miliardi di euro”.
La ricerca di una maggiore autonomia energetica riguarda però non solo le imprese, ma anche le famiglie, sempre più attente alla gestione dei consumi domestici e alla riduzione della dipendenza dal gas. “Quando si parla di caro energia anche il riscaldamento domestico ha un peso significativo nei consumi complessivi – commenta Alessandro Azzoni, fondatore di Prometeo Stufe -. La biomassa legnosa, utilizzata con apparecchi ad accumulo di nuova generazione, permette di trasformare una combustione breve in molte ore di calore stabile. È un principio semplice: il sistema accumula l’energia della fiamma e la rilascia lentamente per irraggiamento negli ambienti. Questo significa poter riscaldare un’abitazione con quantità ridotte di legna e con una fonte rinnovabile disponibile sul territorio. In una fase in cui molte famiglie cercano maggiore autonomia energetica e minore dipendenza dal gas, tecnologie di questo tipo stanno tornando al centro dell’attenzione”.









