Il rafforzamento dell’EUR/USD ha scatenato un dibattito sulle conseguenze della debolezza del dollaro rispetto alla moneta unica nell’ambito dei rapporti di forza internazionali tra le due aree geografiche. Si può dire che per ora Donald Trump abbia raggiunto il suo obiettivo di vedere la valuta domestica indebolita. Già durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, il presidente Usa ha condotto una battaglia affinché il biglietto verde non si irrobustisse troppo perché, a suo giudizio, avrebbe finito per danneggiare le esportazioni. Una tesi che Trump sta portando avanti anche adesso ma che tuttavia si scontra con alcuni esponenti del suo governo, i quali pensano che quanto più il dollaro è debole, tanto maggiore sarà l’onere per l’economia americana.
Intanto l’euro sta prendendo quota tra gli investitori, al punto che alcuni osservatori finanziari sostengono che la moneta europea possa presentarsi come alternativa al dollaro nelle riserve valutarie globali. Per la verità, molte volte in passato si è discusso di questa possibilità, ma la scarsa fiducia verso le politiche dell’Unione europea e il fatto che il dollaro sia sempre la divisa di riferimento nella determinazione dei prezzi delle materie prime e di altri asset, hanno fatto tramontare qualsiasi velleità.
EUR/USD: ecco cosa potrebbe cambiare
Con lo scoppio della guerra Russia-Ucraina e le sanzioni a Mosca che ne sono conseguite, molte nazioni, tra cui la Cina, hanno cercato di sganciarsi sempre più dal dollaro Usa come riserva di valore. Questo potrebbe essere il segnale di un cambio di paradigma di cui l’Europa potrebbe approfittare. L’euro ha guadagnato consistenza sul fatto che le prospettive di una ripresa economica del Vecchio continente si sono fatte più concrete con i piani di spesa da centinaia di miliardi di euro previsti da Bruxelles per la difesa, e dalla Germania per le infrastrutture in aggiunta agli investimenti militari. Il punto ora è riuscire a consolidare questa fiducia del mercato.
Per raggiungere tale obiettivo, l’economista ed editorialista del Financial Times, Martin Sandbù, traccia tre vie attraverso cui l’Unione europea potrebbe agire. La prima è quella di rimandare il pagamento programmato del debito per finanziare il fondo Next Generation EU. Lo stock dovrebbe essere rinnovato a tempo indeterminato, mentre inizialmente si era deciso di diminuirlo nei 30 anni fino al 2058. La seconda consiste nel consolidamento dei vari stock di debito già emessi con il sostegno congiunto degli Stati membri dell’Ue. In pratica, tutte le obbligazioni emesse a livello nazionale e quelle da emettere per coprire i 150 miliardi di euro di spesa per la difesa, potrebbero essere accorpate in un unico soggetto emittente. Infine, l’Ue potrebbe prefinanziare la spesa futura. In sostanza, assumendo anticipatamente i prestiti, potrebbe mantenere stabile e ampio lo stock di debito totale nell’ambito della negoziazione di oltre 1.000 miliardi di euro per i prossimi sette anni.
Secondo l’esperto, le iniziative prospettate “contribuirebbero a soddisfare la domanda di detenere ingenti importi in euro in modo sicuro e garantirebbero l’impegno dell’Ue a favore di un mercato delle attività in euro profondo e liquido a lungo termine”. Di conseguenza, i costi di finanziamento dell’Europa verrebbero ridotti, proprio mentre gli Stati membri si preparano a maggiori investimenti nella difesa e nella politica industriale, ha sottolineato Sandbù.









