La prossima settimana la Federal Reserve (Fed) si riunisce per decidere sulla politica monetaria. Gli analisti non si attendono grandi novità, con i tassi di interesse che dovrebbero rimanere fermi nell’intervallo 4,25-4,5%. Il meeting di dicembre ha messo in subbuglio i mercati, perché l’istituto monetario ha esternato la possibilità che i tagli nel 2025 siano due e non tre come si aspettava il mercato. Dopo l’incontro di settembre 2024, quando la Fed effettuò una maxi-sforbiciata di mezzo punto percentuale, analisti e investitori pronosticavano addirittura fino a quattro tagli nel 2025.
Cos’è cambiato da allora? L’economia americana ha dato una grande prova di forza, cancellando le paure di recessione mentre l’inflazione si sta dimostrando più difficile da sconfiggere. I mercati ora scontano una probabilità del 25% di un taglio a marzo, del 60% entro giugno e dell’84% entro dicembre. In termini percentuali, i prezzi dei future sui Fed fund incorporano tagli per 0,4 punti percentuali nel corso del 2025.
Fed: ecco perché potrebbe aumentare i tassi
E se la Fed non tagliasse? L’ipotesi è stata avanzata da Thanos Papasavvas, fondatore e direttore degli investimenti di ABP Invest, secondo cui non solo la Fed potrebbe non ridurre il costo del denaro, ma addirittura aumentarlo a partire da settembre. I motivi di questa previsione sono tre.
- Il primo è l’economia statunitense. Una serie di indicatori anticipatori mostrano una chiara espansione dal mese di agosto, quali i dati sul sentiment dei consumatori, gli utili aziendali e l’attività dei servizi. A ciò si aggiunge un mercato del lavoro resiliente in tutti i settori economici.
- Il secondo fattore attiene alle politiche che il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha intenzione di mettere in pratica nel corso del suo mandato alla Casa Bianca. Anche solo se fossero attuate solo in parte si tratta di politiche potenzialmente inflazionistiche: dai tagli fiscali ai dazi, alla deregolamentazione, all’espulsione degli immigrati irregolari.
- Il terzo motivo è la credibilità della Fed. Durante l’ultima tornata inflazionistica, la Banca centrale si è mossa in ritardo, permettendo all’indice dei prezzi al consumo di arrivare a un picco intorno al 9%, livello massimo da quattro decenni a questa parte. Stavolta la Banca centrale non vuole sottovalutare il problema. Quindi, non appena la forza dell’economia americana e le politiche trumpiane innescheranno il meccanismo inflazionistico, la Fed agirà in fretta, dando priorità senza indugi alla crescita dei prezzi rispetto all’occupazione. L’ortodossia dell’autorità monetaria sarà conservata anche dopo la scadenza del mandato del governatore Jerome Powell che avverrà nel 2026.









