Fed, Warsh attaccato da Warren al Senato: “Sei un burattino di Trump”

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Il marmo bianco del Dirksen Senate Office Building possiede una freddezza che non è solo architettonica, è una temperatura morale, un monito rivolto a chiunque osi varcarne la soglia con l’ambizione di governare i flussi invisibili che muovono il mondo. Oggi, l’aria all’interno dell’aula della Commissione Bancaria del Senato americano non è solo densa di protocollo, è carica di una tensione che sembra preludere a un cambio di civiltà finanziaria. Kevin Warsh, il prescelto di Donald Trump per raccogliere l’eredità pesante e contestata di Jerome Powell alla Fed, siede al centro di un’arena dove la cortesia istituzionale è solo il velo sottile che copre un odio politico e ideologico radicato. Non è solo un’audizione di conferma: è il processo a un’idea di capitalismo che sta mutando pelle, tra l’euforia dell’intelligenza artificiale e il sospetto di un asservimento totale al potere politico.

 

In questo articolo:

 

  • Lo scontro tra Warren e Warsh
  • Tra etica e trasparenza
  • Warsh: “Serve una terapia d’urto”

 

Warren a Kevin Warsh: “Un burattino di pezza”

L’inizio dei lavori è stato segnato da un momento di inaspettata e solenne umanità. Il silenzio osservato per la scomparsa della figlia trentaseienne del senatore Mark Warner ha sospeso per pochi secondi il battito frenetico della politica, ma è stata una tregua effimera. Non appena Elizabeth Warren, la sceriffa del Massachusetts, ha preso la parola, il clima è mutato istantaneamente. Con una voce che possiede la precisione chirurgica di chi non cerca il dialogo ma la resa del nemico, la Warren ha aperto le ostilità con una ferocia che ha trasformato l’aula in un tribunale rivoluzionario. Per la senatrice, la nomina di Warsh non è un atto amministrativo, ma il punto finale di un “sequestro illegale della Federal Reserve orchestrato da una Casa Bianca che non accetta più contrappesi.

L’attacco è stato metodico, quasi spietato. Warren ha dipinto un quadro dell’America attuale che sembra uscito da un bollettino di guerra: inflazione crescente, famiglie strangolate dal costo della sanità e degli affitti, e una nazione trascinata in un conflitto con l’Iran che spinge i prezzi del petrolio e dei beni di prima necessità verso l’alto. In questo scenario, la figura di Kevin Warsh viene evocata come quella di un complice necessario. “Il Presidente ha ripetutamente e illegalmente tentato di impossessarsi della Fed,” ha scandito la Warren, “e i suoi attacchi fittizi alla governatrice Lisa Cook e al presidente Powell sono stati progettati per minacciare tutti i membri della Fed affinché facciano la sua volontà e aprano posti per i lacchè di Trump.” Il termine utilizzato, “sock puppet” – un burattino di pezza – è risuonato nell’aula come uno schiaffo, definendo il perimetro di un’accusa che vede Warsh non come un economista indipendente, ma come uno strumento per “pompare artificialmente l’economia nel breve termine” prima delle elezioni di novembre.

Warsh ha ascoltato con una maschera quasi stoica, anche perché la Warren non gli ha lasciato spazio per la retorica della riforma. Ha scavato nelle macerie della crisi finanziaria, ricordando gli otto milioni di posti di lavoro bruciati e i dieci milioni di pignoramenti, contrapponendoli ai miliardi di dollari di salvataggi che Warsh, all’epoca, avrebbe orchestrato per i giganti di Wall Street. “Il signor Warsh è stato governatore della Fed dal 2006 al 2011,” ha ricordato lei con sdegno, “e mi ha detto personalmente di non avere rimpianti per nulla di ciò che ha fatto.” Questo rifiuto del rimorso è, per la sinistra regolatoria, la prova regina di un’anima legata a doppio filo agli interessi delle grandi banche, un uomo che ha agito come “legame personale di Wall Street” mentre il Paese affondava.

 

Tra etica e trasparenza

Il duello si è poi spostato sul terreno, ancora più scivoloso, dell’etica e della trasparenza. La Warren ha sollevato il velo su un patrimonio personale che supera i cento milioni di dollari, citando veicoli d’investimento dai nomi quasi mitologici come il Juggernaut Fund. Le domande sono state raffiche di mitra: legami con aziende della famiglia Trump, società controllate dai cinesi, persino ombre legate ai veicoli di finanziamento di Jeffrey Epstein. Warsh ha tentato di difendersi trincerandosi dietro gli accordi raggiunti con l’Office of Government Ethics, promettendo di liquidare ogni asset prima di prestare giuramento, ma il sospetto è rimasto nell’aria, palpabile. “Il pubblico potrebbe mettere in dubbio le sue motivazioni,” ha incalzato la senatrice, “se, per esempio, il miliardario Stanley Druckenmiller, che lei ha onorato nel suo discorso, le staccasse un assegno da cento milioni di dollari proprio mentre presta giuramento per diventare il nuovo capo della Fed”

In questo scenario di macerie morali, la difesa di Kevin Warsh si è affidata a una visione del futuro che tenta di scavalcare le polemiche del presente. Se la Warren rappresenta il passato regolatorio e la diffidenza verso il capitale, Warsh si è presentato come il profeta di un nuovo paradigma basato sulla produttività tecnologica. La sua tesi è che l’America si trovi sull’orlo di un’accelerazione della crescita senza precedenti, guidata dall’intelligenza artificiale, un fenomeno capace di giustificare tassi d’interesse più bassi anche a fronte di un’inflazione ancora lontana dal target. “Il potenziale di crescita economica dell’America sta aumentando proprio mentre sediamo qui oggi,” ha dichiarato Warsh, citando la sua esperienza nella Silicon Valley degli anni Novanta e il suo legame con mentori come George Shultz e Condoleezza Rice. Per lui, la Fed è un’istituzione “stagnante”, prigioniera di modelli obsoleti gestiti da “economisti dalle teste a punta” che non comprendono la dinamica dei mercati reali.

Tuttavia, la sua pretesa di indipendenza è stata messa alla prova in modo quasi brutale dalla Warren sulla questione della legittimità democratica. Quando gli è stato chiesto se Donald Trump avesse perso le elezioni del 2020, Warsh ha scelto la via della prudenza istituzionale, affermando che il Senato aveva certificato quel risultato, rifiutandosi di scendere nell’arena del complottismo ma anche di scontrarsi frontalmente con il suo mentore politico. È stato un momento di equilibrismo puro, coronato dalla battuta sul “central casting”: “Sono in disaccordo su un punto con il Presidente, in realtà. Stamattina ha detto che sembro uscito da un ufficio di casting. Penso che se fossi un personaggio da casting dovrei sembrare più vecchio, più grigio, e forse presentarmi qui con un sigaro.” Un tentativo di sdrammatizzare che la Warren ha bollato come “adorabile”, prima di sentenziare che chi non ha il coraggio di rispondere a domande semplici non può avere il coraggio di difendere l’indipendenza della banca centrale.

 

Warsh: “Serve una terapia d’urto”

Mentre l’audizione proseguiva, l’ombra dei numeri macroeconomici si faceva sempre più minacciosa. Con un bilancio della Fed che sfiora i settemila miliardi di dollari e l’oro che ha toccato l’incredibile soglia dei 6.000 dollari l’oncia, la percezione di una fine imminente per l’ordine monetario tradizionale era quasi fisica. Warsh ha proposto una “terapia d’urto” fatta di riforme e di un ritorno della Fed “nella sua corsia”, abbandonando le crociate sul clima o sulla politica sociale per tornare a essere l’arbitro neutrale del valore della moneta. Ma come può una Fed essere neutrale quando il suo futuro presidente è sotto il fuoco incrociato di un’inchiesta penale che pende sul suo predecessore, Powell, e sulla governatrice Cook? È un paradosso squisitamente americano: il candidato della riforma viene presentato come un salvatore da figure come il senatore Dave McCormick, che lo definisce l’uomo dell’ora, mentre per l’opposizione è solo l’ultima pedina di un sistema pronto a collassare sotto il peso dei propri conflitti d’interesse.

L’analisi di Kevin Warsh sulla “disinflazione tecnologica” è forse il punto più alto del suo discorso, ma è anche il suo azzardo più grande. Scommettere la stabilità del dollaro sulla speranza che gli algoritmi possano compensare l’esplosione del debito pubblico e le tensioni geopolitiche è un atto di fede che spaventa i mercati tanto quanto li affascina. Warsh ha criticato aspramente la Fed per aver considerato l’inflazione “transitoria” nel 2021, definendo quel periodo come un fallimento epocale. Ma la sua promessa di usare lo strumento dei tassi in modo più incisivo, evitando di manipolare il bilancio a favore dei detentori di asset, suona come una sfida aperta a quell’establishment finanziario che lui stesso ha frequentato per trent’anni.

Alla fine della giornata, ciò che resta dell’audizione non è solo una cronaca parlamentare, ma il senso di un crepuscolo. La Federal Reserve, per decenni considerata il tempio dell’inviolabilità tecnica, appare oggi come un’istituzione profanata dalla politica e dal sospetto. Kevin Warsh, con la sua eleganza stoica e la sua visione riformista, incarna perfettamente il dilemma di un’epoca che non sa più se affidarsi alla legge o alla forza, alla trasparenza o alla promessa di una crescita infinita garantita dalla tecnologia. La “bacchettata” di Elizabeth Warren non è stata solo un attacco a un uomo, ma la denuncia di una fragilità sistemica: se la fiducia nel dollaro dipende dal coraggio di un singolo individuo di dire di no a chi lo ha nominato, allora quella fiducia è già, di per sé, un asset tossico.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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