Dall’11 al 22 novembre 2024 la città di Baku ospita la COP29, la conferenza delle parti sul clima. Al summit nella capitale dell’Azerbaigian, i negoziatori sono chiamati ad affrontare le urgenze dei fenomeni meteorologici estremi, delle minacce alla biodiversità e dell’aumento delle temperature mettendo al centro dell’agenda la finanza climatica. La difficile convergenza tra le parti è tutta sul cosiddetto NCQG (New Collective Quantified Goal), il nuovo obiettivo di finanza climatica in vigore dal 2026: la quantità e la distribuzione dei finanziamenti per la resilienza climatica, necessari a sostenere i Paesi deboli nell’adattamento agli impatti del cambiamento climatico.
Finanza climatica, cos’è e perché è importante
Per climate finance si intende l’insieme di finanziamenti locali, nazionali o transnazionali, provenienti da fonti pubbliche, private o alternative, che servono per mitigare i cambiamenti climatici e adattarsi ai loro impatti. L’UNFCCC (la convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), l’accordo di Parigi e il protocollo di Kyoto richiedono che l’assistenza finanziaria sia dai Paesi con maggiori risorse (Stati Uniti, Canada, Unione Europea, Regno Unito, Svizzera, Turchia, Norvegia, Islanda, Giappone, Australia, Nuova Zelanda) a quelli più vulnerabili e in via di sviluppo. Questi investimenti su larga scala servono per ridurre significativamente le emissioni di carbonio e gli impatti di un clima sempre più estremo.
Nonostante non esista una definizione condivisa di finanza verde, i soldi della climate finance servono per il passaggio dai combustibili fossili a fonti di energia rinnovabili (solare, eolica, nucleare, idrogeno pulito e così via), la transizione elettrica nell’automotive e nell’agricoltura, la riduzione dei consumi degli edifici residenziali, la riforestazione, l’accesso all’acqua, i sistemi sanitari per gestire le alluvioni e le ondate di calore. La finanza climatica deve impegnarsi per trovare i fondi necessari per operare questa transizione ecologica, con una divisione precisa tra prestiti e sovvenzioni (la maggior parte della finanza climatica proviene dai prestiti mentre ora si spinge per le sovvenzioni) e la definizione di criteri per la trasparenza e la mobilitazione dei fondi.
Chi deve contribuire e dove trovare i soldi
L’obiettivo principale della COP29 è proprio capire quanti capitali stanziare, chi deve essere a farlo e sbloccare i trilioni di dollari stimati che sono necessari ai Paesi in via di sviluppo per affrontare la crisi climatica. Il rinnovo dell’obiettivo finanziario per decarbonizzare l’economia mondiale va a sostituire l’impegno di 100 miliardi di dollari preso alla COP15 di Copenaghen nel 2009 e in scadenza nel 2025. La distanza tra i governi, tuttavia, è ampia, specie nella distinzione tra Paesi industrializzati già donatori, economie emergenti ormai affermate (non ancora in lista) e nazioni vulnerabili. Il Nord chiede che la Cina non sia più classificata come Paese in via di sviluppo nel processo climatico delle Nazioni Unite e quindi diventi un contributore.
L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno una posizione ambigua perché economie del petrolio che fondano la loro ricchezza sullo sfruttamento dei combustibili fossili. Cina, EAU e Arabia non vogliono entrare ufficialmente nella lista dei donatori. La rete delle organizzazioni non governative ambientaliste si augura che “l’UE svolga un ruolo attivo per contribuire a raggiungere un accordo per un nuovo obiettivo finanziario che sposti realmente le risorse dai Paesi ricchi ai Paesi più vulnerabili al clima, in particolare nel Sud del mondo”. Uno studio della Climate Policy Initiative stima che per il fabbisogno mondiale di finanza climatica servono 10.000 miliardi di dollari all’anno tra il 2030 e il 2050.
Per l’IRENA (International Renewable Energy Agency, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili), per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione servono investimenti per 31.500 miliardi di dollari tra il 2024 e il 2030. Il problema è dove reperire queste risorse. La Banca Mondiale (BM), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e il G20 sono le principali organizzazioni internazionali nelle quali la diplomazia della finanza climatica è attiva. António Guterres, il segretario generale delle Nazioni Unite, ha inoltre proposto l’introduzione di tasse innovative sui viaggi in aereo, sul trasporto marittimo e sul lusso. I padroni di casa dell’Azerbaigian chiedono invece ai produttori di combustibili fossili di contribuire a un nuovo fondo di concetto per i Paesi in via di sviluppo.
Quanto serve per la transizione dei Paesi vulnerabili
Un gruppo di esperti di alto livello incaricati dall’ONU alla COP27 di Sharm el-Sheikh ha rilevato che dal 2019 ad oggi sono stati mobilitati appena 550 miliardi di dollari per la transizione verde dei Paesi in via di sviluppo, mentre il fabbisogno di queste nazioni è stimato in 2.400 miliardi di dollari all’anno da qui al 2030. I G77, l’organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite formata da 134 Paesi in via di sviluppo più la Cina, chiedono 1.300 miliardi di dollari all’anno per il clima al posto dei 100 raggiunti soltanto nel 2022 e contro i 1.000 inizialmente proposti, cifra sulla quale concorda l’India. Nello specifico, è richiesta una base di 220 miliardi all’anno, mentre l’AOSIS (l’Alleanza dei piccoli Stati insulari) parte da 39 miliardi e l’AILAC (l’Alleanza indipendente dell’America Latina e dei Caraibi) propone un fondo di allocazione regionale.
La struttura dell’accordo dovrebbe prevedere un nucleo centrale da centinaia di miliardi, fornito dai governi donatori attraverso le MDB (Multilateral Development Banks, le banche multilaterali di sviluppo) o i fondi cogestiti come il Fondo verde per il clima (Green Climate Fund, GCF) e il Fondo mondiale per l’ambiente (Global Environment Facility, GEF) grazie alla loro elevata qualità creditizia. Al cuore si aggiungono gli strati esterni mobilitati dal settore privato, che permettono al quantum (la cifra totale) di arrivare ai trilioni di dollari utili per una giusta transizione senza divari tra Nord e Sud del mondo.
Restano ancora numerosi punti da chiarire, in particolare la divisione tra sovvenzioni e prestiti e con quali tassi di interesse, il meccanismo di funzionamento del fondo per il loss and damage (ovvero gli indennizzi per le perdite e i danni subiti) lanciato ma non ancora operativo, l’evoluzione del sistema di rendicontazione, il disallineamento tra impegni e disborsi e la definizione precisa del nuovo obiettivo, se da raggiungere a breve termine entro il 2030, a lungo termine o in maniera dinamica col crescere degli anni.
Il report Raising Ambition and Accelerating Delivery of Climate Finance dell’Independent High Level Expert Group (IHLEG), il terzo realizzato dal gruppo di esperti e diffuso a pochi giorni dall’inizio della COP29, alza l’asticella: spinge per concentrarsi sulle sovvenzioni e non sui prestiti (accusati di alimentare il debito dei Paesi poveri) e indica il fabbisogno di investimenti previsti a livello mondiale in 6.300-6.700 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Su questa cifra, 2.700-2.800 miliardi sono da cercare nelle economie avanzate, 1.300-1.400 miliardi in Cina e 2.300-2.500 miliardi nei Paesi in via di sviluppo.









