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Gas naturale: ecco chi si oppone al price cap

Gas naturale: alcuni Paesi UE si oppongono al price cap

Oggi per l’Europa è una giornata importante. I ministri dell’Energia dei Paesi UE si riuniscono in sessione straordinaria a Bruxelles per decidere come reagire al problema del blocco delle esportazioni di gas naturale dalla Russia, in particolare se imporre un tetto al prezzo di acquisto della materia prima. In questi giorni si è aperto un dibattito infuocato su questo tema, tra chi sostiene la necessità di un cap  per arginare la crescita delle bollette che sta annichilendo famiglie e imprese e chi invece solleva dubbi sull’efficacia della misura. Alcuni Stati membri dell’Unione europea si oppongono alla proposta della presidente della Commissione UE Ursula Von der Leyen di applicare un limite esclusivamente alle importazioni di gas russo. Tra questi vi sono Italia, Polonia, Ungheria, Austria, Paesi Bassi e Grecia.

“Se verrà presa una decisione del genere, i russi probabilmente si vendicheranno” ha dichiarato Nikos Tsafos, consigliere capo per l’energia del governo greco. L’assenza di consenso unanime è un problema, perché rende probabile una conclusione anticipata dei colloqui di oggi e un rinvio a ottobre. Il punto è che nel frattempo la crisi energetica è molto grave e non ammette ulteriori lungaggini mentre la Russia segnerebbe un punto a suo favore, essendo riuscita a bloccare l’iniziativa europea con il blocco del gasdotto Nord Stream 1.

 

Gas naturale: si teme la reazione della Russia al price cap

In Europa si teme di far infuriare la Russia di Vladimir Putin ancora di più. Il Cremlino ha già lanciato la sua minaccia di sospendere tutte le consegne di gas naturale in Europa, non solo quelle che passano dal Nord Stream 1, se si dovesse arrivare a imporre un price cap al gas. Al momento Mosca sta dando ossigeno quanto basta per non far morire d freddo il Vecchio Continente, con le forniture che arrivano attraverso l’Ucraina e la Turchia per un ammontare di circa 48 milioni di metri cubi al giorno, da un media lo scorso anno di 480 milioni. Per quanto riguarda il gasdotto Nord Stream 1, che trasporta il combustibile attraverso il Mar Baltico, il Cremlino si è espresso chiaramente: rimarrà chiuso fino a quando non verranno rimosse le sanzioni dall’Occidente.

In questo contesto appare evidente che è ancora la Russia a essere in una posizione di forza rispetto all’Europa. Lo dimostra il fatto che il gigante statale Gazprom ha incrementato i ricavi in maniera esorbitante se si fa il paragone con lo scorso anno grazie all’aumento dei prezzi del gas naturale conseguente al calo dell’offerta. In base a uno studio effettuato da Ron Smith, analista di gas e petrolio presso BCS Global Markets, la compagnia russa ha aumentato le entrate dell’85% a 100 miliardi di dollari in un anno. Mentre nella prima metà del 2022, ha registrato un utile netto di 41,75 miliardi di dollari, rispetto ai 29 miliardi di dollari ottenuti durante tutto il 2021. Ciò ha consentito allo Stato russo di percepire un dividendo di 20 miliardi di dollari.

Una chiusura verso l’Europa a cosa porterebbe? Putin sta facendo accordi con la Cina, che nei primi otto mesi del 2022 ha aumentato l’import dalla Russia del 50%, di cui il 78% rappresentato da prodotti energetici. Alcuni gasdotti verranno costruiti passando per la Mongolia, mentre tra poco verrà avviato il Power of Siberia 2, che assicura una fornitura di 50 miliardi di metri cubi annui a Pechino. Secondo alcuni analisti però Mosca non può facilmente reindirizzare le vendite in un luogo diverso dal suo mercato interno. Grer Molnár, analista presso l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), ha detto che a lungo termine Putin “perderà per sempre il suo mercato di esportazione più grande e affidabile”, ossia l’Europa.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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